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Le nuove fasce orarie per lo smart working pubblico

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Da «modalità ordinaria» di svolgimento della prestazione lavorativa a «possibile modalità di effettuazione della prestazione lavorativa». Il declassamento dello smart working a semplice “contorno” sta scritto nero su bianco nella bozza che l’Aran ha mandato ai sindacati contenente le proposte da discutere al tavolo della trattativa per il rinnovo del contratto. Per l’articolazione della prestazione resa da remoto si prevede di dividere in tre fasce una giornata di 24 ore, ognuna con livelli di operatività diversi.

Il meccanismo

Più nel dettaglio, nella prima fascia oraria, quella della mattina, il dipendente pubblico in smart working dovrà essere sempre contattabile e in grado di assolvere i compiti richiesti nell’immediato. Nella seconda fascia oraria dovrà essere raggiungibile telefonicamente o via mail, ma la sua operatività sarà ridotta. Infine la terza fascia oraria nascerà per garantire il diritto alla disconnessione e sancire il divieto di lavoro notturno. Per adesso non c’è ancora nulla di definito e come detto si tratta solo di proposte, ma la strada imboccata dall’esecutivo va nella direzione opposta rispetto a quella seguita dal precedente governo Conte. 

La marcia indietro

Quando a Palazzo Vidoni c’era Fabiana Dadone lo smart working puntava a ben altri traguardi, anche troppo ambiziosi per molte amministrazioni pubbliche non adeguatamente digitalizzate (e non solo). L’obiettivo era di estendere il lavoro agile ad almeno al 60 per cento degli statali smartabili. Ma il ministro della Pa Renato Brunetta, allergico a percentuali di questo tipo, ha deciso di cancellare l’obbligo di applicare lo smart working a oltre la metà dei dipendenti pubblici e ha introdotto giusto una soglia minima da rispettare in ogni caso, pari al 15 per cento. Lo smart working è passato così dall’essere un diritto a uno strumento per migliorare le performance della Pa.

La roadmap

Tocca adesso alle singole amministrazioni, si legge sempre nella bozza dell’Aran, stabilire quali sono i lavori che potranno essere svolti in modalità agile. Ma già si sa che i lavori in turno e quelli che richiedono l’utilizzo costante di strumentazioni non remotizzabili non dovrebbero rientrare tra quelli ritenuti smartabili. Poi andranno definiti dei criteri di priorità. L’accesso allo smart working andrà garantito in qualche misura a genitori con figli di età inferiore a tre anni., ai lavoratori portatori di handicap in situazioni di difficoltà e ai cosiddetti caregiver. Intanto la Commissione tecnica dell’Osservatorio per il lavoro agile, presieduta proprio dal presidente dell’Aran Antonio Naddeo, al momento starebbe studiando le migliori esperienze che sono maturate nel mondo privato durante la pandemia a livello di smart working per poi provare a calarle nella Pa.

2 Comments

  1. Il limitato utilizzo di accordi di conciliazione vita lavoro nel pubblico impiego fa intravedere nello strumento dello smart working come la possibilità di dare una soluzione alla carenza di politiche sociali orientate a fornire un aiuto concreto a quella fascia di lavoratori attivi che contemporaneamente sono investiti delle questioni legate alla cura della famiglia, che comprende figli, genitori e familiari in difficoltà legate a problemi di salute ed economici.

  2. Per come sono rappresentate le fasce sembrerebbe che si tratti di telelavoro (e non di lavoro agile) della durata di 16 ore giornaliere.
    Il lavoro agile prescinde dal vincolo orario e per questo in alcuni casi non è stato corrisposto il buono pasto.

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