Quasi un lavoratore su cinque, il 18 per cento, ritiene che la propria salute sia a rischio. L’Inapp celebra il 1 maggio con un’indagine dettagliata (ascoltati ben 20 mila lavoratori) dalla quale emerge in maniera chiara che milioni di italiani non si sentono al sicuro in ufficio, sui cantieri, in fabbrica o nei campi. La percezione del rischio per la salute raggiunge il 20,5% fra gli uomini e quote degne d’attenzione nei settori “pesanti”: 20,3% nell’industria in senso stretto, 27,5% nelle costruzioni e il 30% in agricoltura. Il livello d’istruzione appare come un fattore protettivo: solo il 14% dei laureati avverte rischi, contro il 22,5% di chi possiede al massimo la licenza media. Gli infortuni interessano circa l’8,2% della popolazione occupata, con un’incidenza maggiore tra gli uomini (10,2%). Rispetto alle malattie professionali, circa il 4% degli occupati dichiara di averne contratte. A differenza degli infortuni, le malattie professionali sono più segnalate dalle donne e dalle laureate.
Burnout, “presentismo” e risarcimenti
La dimensione del carico mentale ed emotivo (burnout) grava soprattutto sulle donne e sui profili ad alta specializzazione. L’impegno mentale è il fattore più gravoso, interessando il 70% degli occupati (soprattutto laureati e professionisti), mentre il coinvolgimento psicologico-emotivo appesantisce il 57% dei lavoratori. E ancora. Solo un occupato su tre ha ricevuto un indennizzo per l’infortunio o la malattia denunciata (39% fra gli uomini e 21,3% fra le donne). Infine, il “presentismo” (lavorare anche in cattive condizioni di salute) colpisce il 33,4% degli occupati.
L’impatto dell’AI
Gli utilizzatori di strumenti di AI (14% degli occupati) dichiarano livelli di stress leggermente superiori alla media, specialmente in corrispondenza di picchi di lavoro o scadenze. L’uso di robotica e macchinari automatizzati si associa invece ad una maggiore percezione del rischio fisico (27,2% contro un dato medio del 18%).
Orari di lavoro
Esiste un disallineamento medio di 3 ore tra l’orario settimanale effettivo degli occupati (38,7 ore) e quello desiderato (35,7 ore). Il 22,3% degli occupati lavora oltre le 40 ore settimanali, il 27,7% lavora anche nei giorni festivi, il 22,9% svolge lavoro a turni e il 12,3% lavoro notturno. Quasi un quinto degli occupati (18,9%) dichiara difficoltà di conciliazione tra lavoro e vita privata, con le note differenze di genere. I dati evidenziano, tuttavia, che quando i carichi di cura sono condivisi in famiglia, e il reddito familiare è frutto di un contributo equanime fra i componenti, si riducono le differenze di genere nella conciliazione vita lavorativa-sfera privata. Infine, il 64% degli occupati sarebbe interessato a sperimentare la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e addirittura un 5% lo farebbe anche rinunciando ad una parte dello stipendio.
