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Sanità pubblica in crisi? L’esempio inglese

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Tardivo e forse inadeguato, ma è un segnale molto forte quello dato dal primo ministro inglese Rishi Sunak, che suona come la sconfessione di una politica avviata oltre tre decenni fa da un’altra premier tory, Margaret Thacher. Sunak, infatti, ha varato un piano, da lui stesso definito “storico”, per ricostruire gli organici dell’Nhs, il servizio sanitario nazionale, assumendo nei prossimi 15 anni circa 300 mila persone e precisamente 60 mila medici, 170 mila infermieri e 71 mila altre figure professionali. Un piano enorme che prevede uno stanziamento di 2,4 miliardi di sterline già nei prossimi cinque anni per investimenti in programmi di formazione e tirocinio (varrà solo per l’Inghilterra in quanto la sanità è materia di competenza delle nazioni del Regno Unito) ma forse neanche basterà a coprire il deficit strutturale di personale, visto che già oggi nell’Nhs sono vacanti 120 mila posti e si prevede che, senza interventi, nel 2037 la cifra salirà fino a 360 mila. Numeri che suonano il de profundis per la riforma voluta dalla Thatcher nel 1991. Lei per la verità avrebbe voluto usare anche nella sanità pubblica la stessa ricetta usata nei trasporti: vendere ai privati; ma il progetto spaventò persino il suo partito e allora dovette limitare il suo intervento ad un forte decentramento delle funzioni, la trasformazione degli ospedali in aziende e l’esternalizzazione dei servizi non sanitari, tutto in nome della competizione e del mercato.

Il Covid ha dimostrato che quella non fu una scelta lungimirante (peraltro condivisa anche da alcuni governi laburisti come quelli di Tony Blair), il collasso del sistema britannico è stato drammatico, aggravato anche dai tagli alla spesa sanitaria praticati dal 2010 dai governi conservatori, ma anche la Brexit ha portato il suo bel carico, come del resto ha fatto l’inflazione, che in Gran Bretagna ha superato il 10%, così all’inizio di quest’anno tutti i nodi sono venuti al pettine e i sanitari britannici sono entrati in agitazione dando vita a una catena di scioperi come non si vedevano da anni. Da qui la svolta di Sunak che con il suo piano ha battuto un colpo tanto forte che, se ci fossero orecchie attente, dovrebbe sentirsi anche da noi.

Decentramento, competizione, mercato, esternalizzazioni sono mantra ripetuti per decenni anche in Italia, dove peraltro la privatizzazione della sanità è stata perseguita con altri mezzi. Chi si ricorda delle lodi al “modello Lombardia”? Il dramma di Bergamo ha dimostrato quanto fossero fragili anche le sue fondamenta. Ma, salvo alcune oasi di assoluta eccellenza, spesso legate a istituti di ricerca e altri centri avanzati che per la loro specificità attirano investimenti nazionali e internazionali, l’intera sanità pubblica è vicina al collasso, così ci sono regioni, come la Calabria, dove per tamponare le falle si chiamano in soccorso i medici cubani (ne sono arrivati già 123 ma presto il numero salirà a 497), altre che hanno introdotto il sistema del cottimo, come nelle fabbriche di una volta. A questo si riduce, infatti, la nuova  tipologia del “medico a gettone”, formalmente collaboratore di una cooperativa a cui la struttura sanitaria appalta il lavoro.
Un fenomeno ormai consolidato su cui ha fatto luce un recente servizio giornalistico di Dataroom per il Corriere della Sera. I medici cottimisti fanno principalmente turni di 12, lavorando di notte e nei giorni festivi, sono per lo più neolaureati, pensionati ma anche liberi professionisti e secondo una indagine a campione dei Nas e del Ministero della Salute, citata da Dataroom, fra i medici a gettone sono stati trovati anche “dottori arruolati come ostetrici senza nessuna formazione per fare i parti cesarei, altri in Ps [pronto soccorso, ndr] senza avere competenze in Medicina d’Urgenza, oppure già dipendenti di altri ospedali che facevano di nascosto i doppi turni per la cooperativa, altri ancora sopra i 70 anni e dunque fuori per legge dal servizio sanitario”.

Quel che è certo è che ormai la carenza di medici ed infermieri è diventata “una vera e propria emergenza”, dovuta fra l’altro a “un’errata valutazione e programmazione nel tempo dei fabbisogni, con il crescente innalzamento della relativa età media del personale e un’eccessiva rigidità dei limiti della spesa del personale dipendente, che ha reso nel tempo scarsamente attrattivo il lavoro prestato presso gli enti e le aziende del sistema sanitario nazionale, con un flusso in uscita verso i Paesi esteri di circa 31.600 professionisti, tra medici e infermieri, nel periodo 2001-2021”. Non solo, a questi fenomeni “si deve aggiungere il cronicizzarsi della carenza di personale sanitario, soprattutto nei reparti di emergenza/urgenza, e lo scarso indice di gradimento che riscontrano le scuole di specializzazione del settore”. Bisogna inoltre considerare che, per quanto riguarda i medici a gettone, “l’uso distorto delle esternalizzazioni non soltanto genera un sempre più gravoso onere in capo alle strutture, ma comporta gravi criticità in termini di sicurezza delle cure, sia perché non sempre offre adeguate garanzie sulle competenze dei professionisti coinvolti, sia per la ridotta fidelizzazione di questi ultimi alle strutture pubbliche, derivanti da ingaggi professionali distribuiti contemporaneamente su più sedi, con conseguente mancanza di conoscenza da parte dei turnisti dell’organizzazione delle unità operative in cui svolgono le loro prestazioni”. 

Una denuncia dura che, una volta tanto non viene da un sindacalista di settore ma dal ministro della Sanità, Orazio Schillaci, che l’ha pronunciata di fonte alla Camera dei Deputati lo scorso 23 marzo. Si vedrà presto se alle parole seguiranno anche i fatti, certo è che senza una profonda riflessione sulla centralità del lavoro pubblico, sulla sua importanza e sulla sua necessaria valorizzazione, nessuna riforma avrà grande respiro. Questa è la vera sfida a cui non si può fuggire, per usare le parole di Esopo citate da un vecchio filosofo tedesco: Hic Rhodus, hic salta.

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