Nel privato sono sempre più numerose le aziende che rilasciano i buoni pasto ai lavoratori in smart working, mentre nel pubblico non se ne parla. Se nelle amministrazioni dello Stato il lavoro agile non decolla è anche per questo. Sì allo smart working, ma a digiuno. E così gli statali scelgono di restare in ufficio per non dover rinunciare a quello che è uno dei benefit più graditi da chi lavora. Il nuovo contratto delle Funzioni centrali, che per primo ha disciplinato lo smart working nella Pa, infatti non prevede l’erogazione dei buoni pasto per chi fa lavoro agile. Al contrario ne possono beneficiare i dipendenti che optano per il lavoro da remoto.
Le differenze
«Il lavoro agile», si legge nel contratto, «è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro». Ed è proprio per via dell’assenza di vincoli di orario che il contratto non prevede i buoni pasto (o straordinari) per chi sposa il lavoro agile. Discorso diverso per il cosiddetto lavoro da remoto, dove si rispettano i normali orari da ufficio. «Il lavoro da remoto può essere prestato anche, con vincolo di tempo e nel rispetto dei conseguenti obblighi di presenza derivanti dalle disposizioni in materia di orario di lavoro, attraverso una modificazione del luogo di adempimento della prestazione lavorativa», dice il contratto. E ancora. «Nel lavoro da remoto con vincolo di tempo il lavoratore è soggetto ai medesimi obblighi derivanti dallo svolgimento della prestazione lavorativa presso la sede dell’ufficio, con particolare riferimento al rispetto delle disposizioni in materia di orario di lavoro. Sono altresì garantiti tutti i diritti previsti dalle vigenti disposizioni legali e contrattuali per il lavoro svolto presso la sede dell’ufficio, con particolare riferimento a riposi, pause, permessi orari e trattamento economico».
Soluzioni
Risultato: sempre più dipendenti pubblici dicono no al lavoro agile vero e proprio per non dover fare a meno dei buoni pasto. Come se ne esce? In fase di contrattazione integrativa è comunque possibile prevedere un’indennità per gli smart worker, che copra almeno una parte dei costi che questi sostengono quando eseguono la prestazione lavorativa fuori dall’ufficio. Il contratto non chiude a questa eventualità. A patto, chiaramente, che l’amministrazione disponga delle risorse necessarie. Tuttavia, c’è il rischio che in questo modo si venga a creare una situazione a macchia di leopardo, con pa che danno un rimborso ai lavoratori agili e altre che invece li lasciano a secco. Oggi nel pubblico circa 900mila lavoratori beneficiano dei buoni pasto. Più di due milioni nel privato. Negli ultimi due anni l’utilizzo dei buoni pasti è aumentato in modo significativo: nel 2020 la soglia di deducibilità dei buoni pasto digitali è passata da 7 a 8 euro (quella dei buoni cartacei è stata abbassata da 5,29 a 4 euro). Una svolta che secondo uno studio della Bocconi ha avuto un impatto notevole. La politica di esenzione che ha reso i buoni pasto fiscalmente vantaggiosi per le aziende ha stimolato un settore che in Italia vale circa 3 miliardi di euro e che può contare nel complesso su 2,4 milioni di utenti.

Sarebbe ora che la disciplina normativa fosse omogenea per tutti, non solo fra i vari comparti del pubblico impiego (dove le differenze sono ancora assurdamente piuttosto marcate), ma anche fra pubblico e privato. E non mi riferisco esclusivamente al buono pasto, ma anche alla produttività defiscalizzata possibile nel settore privato, ma non nel pubblico impiego. Nell’anticipo (e nei tempi biblici di erogazione) per quanto riguarda i trattamenti previdenziali, in particolare per il TFR, che soggiace alle stesse regole del privato (art. 2120 del c.c.), ma che per ovvie questioni di cassa si fa slittare in avanti. Con l’aggravante che al dipendente pubblico, a differenza del dipendente privato, viene trattenuta la quota a titolo di rivalsa. Ancora: i benefit quali buoni benzina o altre forme di welfare che i dipendenti privati beneficiano ma quelli del pubblico impiego no. Poi l’assurdità dei diversi orari in caso di controlli sulla malattia, veramente discriminante e offensivo nei nostri confronti, come fossimo tutti delinquenti. Per quanto riguarda l’articolo: chiaro, fatto molto bene, complimenti ad Alessandro