La disputa filosofico-giuridica tra Stato Etico e Stato Liberale va avanti da più di due secoli. Lo Stato Etico, è quello che definisce ciò che è giusto, impone una visione morale comune, limita le libertà individuali per il “bene superiore” mentre lo Stato Liberale non impone una morale unica, garantisce diritti e libertà individuali, limita il proprio potere tramite Costituzione e separazione dei poteri. Ma la differenza fondamentale è che, nel primo caso, l’individuo è subordinato allo Stato; nel secondo, lo Stato è al servizio dell’individuo. E non è una distinzione da poco.
Nella storia del pensiero moderno sono tanti i filosofi ad essersi schierati con la prima visione (fra tutti Hegel), come molti sono anche quelli, da Montesquieu a John Stuart Mill, ad aver poggiato il loro pensiero sulle fondamenta della seconda. Quello che forse in pochi si aspettavano è che nuovi pensatori potessero lanciare nel dibattito una nuova weltanschauung (visione del mondo), basata sul concetto di Stato Paternalistico. Non saprei spiegare altrimenti su quale altro fondamento possa basarsi il ragionamento presentato dall’Inps ai giudici della Corte Costituzionale. Di fronte alla Consulta, cioè alla più alta istanza giuridica di questo Paese, i legali dell’Inps hanno, infatti, motivato la loro opposizione al pagamento in un’unica soluzione del TFS-TFR degli statali, affermando che “coloro che percepiscono notevoli somme di danaro in un’unica soluzione sono maggiormente propensi a privilegiare gratificazioni immediate rispetto a soluzioni future, spinti dall’euforia a spese eccessive”. Non solo, “ricevere una grossa somma può far percepire spese minori come nulla, spingendo a spendere di più”. Del resto, citando autorevoli studi comportamentali, i sagaci esperti dell’Inps hanno concluso affermando che, notoriamente, “le decisioni finanziarie possono essere influenzate da scorciatoie mentali”.
Che dire di fronte a tanta saggezza? Mi pare evidente che noi di Consal-UNSA ci siamo sbagliati. Noi, che di fronte alla Consulta siamo già andati due volte per difendere i lavoratori pubblici dallo scippo ingiustificabile del loro TFS-TFR, pagato con grande ritardo (anche sette anni dall’andata in pensione), e per di più a singhiozzo, abbiamo equivocato tutto (e con noi si è sbagliata anche la Corte Costituzionale che in entrambe le occasioni ci ha dato ragione).
Lo Stato datore di lavoro, che tiene in cassa per anni quel salario differito (tale è il TFS-TFR) che i datori di lavoro privati pagano sull’unghia entro un mese, non lo fa per lucrare (non paga alcun interesse per il sequestro dei soldi non suoi), ma per evitare che quei ragazzacci dei dipendenti si giochino subito quei denari in ostriche e champagne, oppure si comprino moto di grande cilindrata o partano in crociera alla volta dei Caraibi. Secondo gli arguti legali dell’Inps, quindi, lo Stato fa bene a comportarsi con i suoi dipendenti come un buon padre di famiglia che limita la paghetta ai figlioli discoli, perché così evitano di sperperarla in dolciumi e videogiochi. Tranquilli, lo Stato datore di lavoro non ci sta fregando, anzi, ci vuole bene e si preoccupa per noi, come faceva la vecchia zia che nascondeva il nocino per evitare che noi nipoti ci attaccassimo di nascosto alla bottiglia.
Peccato, però, che non siamo più adolescenti brufolosi, ma individui responsabili, ben consci dei propri diritti, e quindi queste risibili motivazioni le respingiamo al mittente, come abbiamo fatto con tutte le altre pregiudiziali che, con più serie, ma pur sempre erronee, considerazioni, l’Inps e le altre controparti hanno fin qui accampato. Ci auguriamo perciò che tra qualche settimana la Corte Costituzionale ci dia per la terza volta ragione, ma, siccome l’esperienza passata ci ha insegnato che neanche le sentenze della Consulta bastano a far terminare lo scippo, abbiamo già intrapreso la strada del ricorso europeo per far riconoscere il diritto dei dipendenti pubblici di ottenere immediatamente, all’atto del pensionamento, il TFS-TFR che abbiamo costruito con una carriera di lavoro.
