Secondo Istat, Bankitalia e Corte dei Conti i dipendenti pubblici sono ricchi. La critica che questi istituti hanno mosso al taglio dell’Irpef, con la riduzione dal 35 al 33% della seconda aliquota, è che la misura andrà a vantaggio dei benestanti, ma l’accusa parte dall’assunto che chi guadagna tra 28 e 50mila euro, fascia di reddito in cui si posizionano quasi tre milioni di statali, sia un nababbo. Una visione un po’ distorta della realtà, viene da pensare, che non ha trovato d’accordo nemmeno il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. La risposta del titolare del Mef è stata secca: «Non è ricco chi guadagna duemila euro netti al mese». Nei giorni scorsi la presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, in audizione sulla manovra in Parlamento, ha specificato che il beneficio medio sarà pari a 408 euro per i dirigenti, 123 euro per gli impiegati e 23 euro per gli operai, mentre per i lavoratori autonomi sarà di 124 euro e per i pensionati di 55 euro. Ma nella Pa quali aumenti determinerà il taglio dell’Irpef? Per farsi un’idea bisogna dare uno sguardo ai dati della Ragioneria dello Stato sui redditi medi nel pubblico impiego suddivisi per comparto. Ne emerge che i redditi medi più alti nel pubblico impiego si riscontrano nel comparto Sanità, con circa 43.000 euro lordi annui. Seguono le Funzioni centrali, con circa 41.000 euro. Le funzioni locali e la scuola si collocano in fondo a questa classifica, con redditi medi pari rispettivamente a 33.700 euro e 33.000 euro lordi annui. Questi valori non sono aggiornati ai rinnovi dei Ccnl 2022-2024, ma qui li useremo come punto di riferimento. Nelle Funzioni centrali, dove i redditi medi si attestano sui 40mila euro annui, i dipendenti nel 2026 riceveranno indicativamente 380 euro di aumento medio annuo grazie all’Irpef ridotta. Nella Sanità l’asticella sale a 400 euro medi annui. Nella scuola e negli enti locali l’incremento medio mensile sarà di 30 euro.
Gli aumenti nella Pa
La riduzione della seconda aliquota Irpef scatterà a gennaio. Nel complesso, ha calcolato l’Ufficio parlamentare di bilancio, l’intervento sui redditi lordi annui tra 28 e 50mila euro coinvolgerà nel 2026 il 30 per cento dei contribuenti. Tredici milioni di persone in tutto. Tra cui, come detto, un po’ meno di tre milioni di statali. Più nel dettaglio, nella Pubblica amministrazione un assistente con un reddito di 30.000 euro riceverà 144 euro annui di incremento. Un funzionario pubblico con 36.000 euro lordi di reddito otterrà un aumento netto di 28 euro al mese, corrispondenti a circa 350 euro annui in più in busta paga. Per un dirigente ministeriale con un reddito di 40.000 euro il guadagno sarà invece di 384 euro annui, che diventeranno 440 in presenza di un reddito pari a 50 mila euro annui.
Il botta e risposta
Secondo Istat e Bankitalia l’intervento andrà però a vantaggio dei più ricchi. Scettica anche la Corte dei conti. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha difeso la misura: «Una volta che abbiamo cercato di aiutare, non i ricchi, ma quelli che guadagnano, diciamo così, delle cifre ragionevoli, siamo stati in qualche modo massacrati da coloro che hanno la possibilità di massacrare». E ancora. «Bisogna capire cosa si intende per ricco, e se ricco è colui che guadagna 45 mila euro lordi all’anno, cioè poco più di duemila euro netti al mese», ha aggiunto il ministro.
