Alla fine il ministero dell’economia ha deciso che era arrivata l’ora di darci un taglio. La polemica che stava montando era fino troppo eccessiva. Così ha preso carta e penna e ha scritto un comunicato per dire che avrebbe permesso a tutti di calcolare i prossimi acconti Irpef non con quattro aliquote ma con tre. Il costo (temporaneo) dell’operazione sarà meno di un decimo di quello che era stato stimato dalla Cgil: 250 milioni e non 2,3 miliardi. Indizio evidente che lo sfasamento temporale tra acconti e saldi riguardava poche persone, quelle che oltre ai redditi da lavoro hanno anche altre entrate. Dunque la domanda potrebbe sembrare strana. Un ossimoro. Una contraddizione in termini. Con il taglio dell’Irpef quest’anno i lavoratori avrebbero più tasse senza l’intervento del Mef? Certo che no. Il passaggio dalle quattro aliquote, quelle del 25-27-33 e 43 per cento, alle tre aliquote del 25-33 e 43 per cento, ha comportato e continuerà a comportare una riduzione del prelievo fiscale sugli stipendi e sui redditi. Ma allora perché in questi giorni si parla tanto di “sconti annullati”? A creare dubbi e confusione è stato uno studio dei Caf della Cgil che ha messo in evidenza come nel gioco acconti e saldi per l’imposta, ci sia una sorta di sfasamento temporale. La norma con la quale era stato per la prima volta ridotto l’Irpef da quattro a tre aliquote inserita nel decreto del 2023, aveva previsto che l’acconto dell’imposta del 2024 fosse calcolato facendo riferimento alle quattro aliquote, mentre il saldo fosse poi conteggiato con il nuovo sistema a tre aliquote. Questo meccanismo era giustificato dal fatto che il taglio dell’Irpef doveva avere una durate temporanea, fissata dal governo in un anno. Dunque lo scorso anno alcuni contribuenti hanno versato un acconto maggiore e pagato un saldo minore. Nel complesso, tra acconto e saldo, hanno comunque ottenuto un beneficio di imposta. Hanno cioè pagato meno tasse rispetto all’anno precedente.
Il governo lo scorso anno ha deciso di rendere “strutturale” il taglio dell’Irpef con le tre aliquote. La norma, tuttavia, ha lasciato inalterata la previsione del calcolo degli acconti con il sistema in vigore nel 2023, ossia le quattro aliquote. Dunque anche quest’anno una parte dei contribuenti sarebbe stata chiamata a versare se il Mef non fosse intervenuto, un acconto maggiore, ottenendo poi il recupero con il saldo, quando il rimborso avrebbe compensato i maggiori acconti rendendo evidente il beneficio fiscale dovuto al taglio dell’Irpef. Questo meccanismo che, secondo i detrattori funziona come una sorta di “prestito forzoso” allo Stato, sarebbe comunque cessato con la dichiarazione dei redditi del prossimo anno, quando invece sarebbero stati i contribuenti a ottenere una sorta di beneficio “doppio”, visto che si sarebbero visti restituire con il saldo le maggiori imposte versate l’anno prima e avrebbero avuto un acconto minore da pagare. Secondo Marco Osnato, responsabile economico di Fratelli d’Italia, l’anticipo riguardava in effetti solo i lavoratori dipendenti che sono titolari di altri redditi e quindi non tutti e 18,7 milioni di italiani stimati dalla Cgil.
Attorno alla riforma dell’Irpef, insomma, si è creata una certa confusione e una polemica probabilmente eccessiva. Lo sfasamento temporale effettivamente c’era, ma di pochi mesi. Il conto finale resta a totale favore dei contribuenti, soprattutto dei lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi, che sono i maggiori beneficiari della riforma fiscale. Lo scotto maggiore di questo sfasamento, invece, gravava sulle spalle dei redditi più alti, quelli che accanto gli stipendi e alle retribuzioni, sommano magari rendite immobiliari o altri tipi di introiti. Il taglio delle aliquote Irpef, inoltre, si somma, anche al taglio del cuneo fiscale che ha introdotto benefici per i redditi fino a 40 mila euro attraverso l’aumento delle detrazioni sul lavoro. Un beneficio di cui però, per ora non stanno godendo i dipendenti pubblici per i ritardi di NoiPa nell’inserire nei cedolini lo sconto fiscale.
