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Il lavoro riparte ma è part time: un terzo delle assunzioni è a tempo parziale

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Gli annunci si susseguono da mesi: l’occupazione in Italia è finalmente ripartita, dopo quasi due anni di pandemia. Sì, ma come? Secondo uno studio dell’Inapp, più di 1 contratto su 3 di quelli che sono stati attivati nei primi sei mesi del 2021 è part time. E spesso anche precario. E, come spesso accade, le “vittime” privilegiate di questi nuovi trattamenti a basso costo sono le donne, a maggior ragione se giovani e del Sud.

I dati

Da gennaio a giugno di questo anno sono stati sottoscritti 3.322.634 nuovi contratti di lavoro, di cui 2.006.617 a uomini e 1.316.017 a donne. Di questi, oltre un terzo, ovvero 1.187.000, sono part time spesso involontari, ovvero imposti dai datori di lavoro. A metterlo in luce è l’anticipazione del policy brief “Una ripresa..a tempo parziale” dell’Istituto Nazionale per le analisi delle politiche pubbliche (Inapp). offrire di più le disparità di trattamento (senza nessuna eccezione territoriale lungo tutto lo stivale) sono, ancora una volta, le donne: non solo sul totale dei nuovi contratti solo il 39,6% riguarda donne, ma quasi la metà (il 49,6%) delle nuove assunzioni femminili è a tempo parziale, contro il 26,6% degli uomini.

Gender gap

E molto spesso l’orario ridotto non è una richiesta delle lavoratrici, ma solo un’esigenza (di costi ridotti) del datore di lavoro. A dimostrarlo è anche il fatto che il 42% dei nuovi contratti a donne prevede, oltre al part time, anche una forma contrattuale a termine o discontinua, cosa che invece riguarda solo il 22% della nuova occupazione maschile. Inoltre, l’essere under 30 e vivere al Sud continua a rappresentare una condizione di svantaggio ulteriore. «La lettura di questi dati ci dice che la ripresa dell’occupazione in Italia rischia di non essere strutturale perché sta puntando troppo sulla riduzione dei costi tramite la riduzione delle ore lavorate», spiega Sebastiano Fadda, presidente di Inapp, «la prudenza delle imprese” rischia di incrementare la fascia di lavoratori poveri e il gap di partecipazione e reddito esistente tra uomini e donne. Il traino del Piano di ripresa e resilienza dovrebbe essere invece l’occasione per spingere sulla creazione di lavoro stabile, perché senza la prospettiva di una graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro si rischia di avere effetti negativi sulla produttività e sulla competitività».

Incentivi flop

Part time e precarietà non sono ridotte dalla presenza di un incentivo alle assunzioni. Lo studio evidenzia infatti come “nel I semestre del 2021 le assunzioni con diverso tipo di agevolazione sono state complessivamente 780.128, corrispondenti al 23,5% del totale delle assunzioni. Delle 291.548 assunzioni agevolate di donne (corrispondenti al 22,2% del totale di tutte le assunzioni femminili), quasi il 60% sono state a part time. Delle 488.580 assunzioni agevolate di uomini (pari al 24,3% del totale delle assunzioni maschili) è a part time solo il 32,5%”.

Maglia nera e controtendenza

Per quanto riguarda i settori economici, oltre 1 donna su due di quelle neoassunte in agricoltura, commercio, attività immobiliari, professionali, artistiche e amministrazione pubblica, istruzione, sanità e assistenza, ha un contratto part time. Rappresentano invece un’eccezione al gender gap, seppur parzialmente, i settori finanziario-assicurativo, immobiliare e di amministrazione pubblica, comprese le organizzazioni extraterritoriali, in cui le nuove assunzioni di donne non sono inferiori a quelle degli uomini. Va detto che, anche in questi ambiti, però, la quota di part time femminile è sempre maggiore di quella maschile. Un dato che salta agli occhi, infine, è che al Sud, in particolare in Sicilia Calabria Molise, ci sono stati pochi contratti attivati nei primi sei mesi di quest’anno, ma con una percentuale altissima di par time (intorno al 70%). Indice di una profonda instabilità di prospettiva della ripresa.

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