Non è la prima volta che un governo italiano presenta un Def (Documento di Economia e Finanza) privo del quadro programmatico, il che significa che i saldi di bilancio per l’anno in corso e per i tre successivi sono stimati solo sulla base del cosiddetto “quadro tendenziale”, cioè escludendo gli effetti delle scelte programmatiche che l’esecutivo ha in animo di fare. Le previsioni di bilancio sono calcolate, per così dire, a bocce ferme, sulla base, cioè, della legislazione vigente. C’era già stato il precedente del governo Gentiloni, dimissionario, che nell’aprile 2017, a poche settimane dalle elezioni politiche, presentò un Def senza indicazioni programmatiche per lasciare le mani libere all’esecutivo che gli sarebbe succeduto dopo il voto (sarebbe stato il governo Conte-Salvini). Questa volta non ci sono sconvolgimenti politici alle porte e questa maggioranza può ragionevolmente ritenere di rimanere in carica oltre l’esercizio in corso, ma il ministro dell’Economia, immaginiamo con il pieno sostegno della Premier, ha ritenuto di limitarsi ad un Def snello (lui lo ha definito light), perché essendo cambiato il Patto di stabilità e crescita, le decisioni programmatiche dipenderanno anche dalla trattativa che l’Italia dovrà effettuare con l’Europa dopo la sicura apertura della procedura d’infrazione per deficit eccessivo.
Statali, il macigno degli aumenti azzerati dal taglio del cuneo. Subito una soluzione
“Per evitare che la costruzione del programmatico risulti un mero esercizio di stile”, ha spiegato, infatti, l’esecutivo, “il Def si limiterà all’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica tendenziali, rinviando la definizione degli obiettivi programmatici alla presentazione” del cosiddetto “Piano strutturale nazionale di bilancio a medio termine”, che dovrebbe essere preparato agli inizi d’autunno.
Sorvolando sulle reazioni polemiche delle opposizioni (inevitabili nello scontato gioco delle parti), che hanno parlato di “pessimo segnale” dato ai mercati e addirittura di “grave irresponsabilità del governo”, la mossa dell’esecutivo non è priva di ragionevolezza, anche perché finora quasi mai le cifre programmatiche contenute nel Def sono rimaste immutate nella Nadef, la nota di aggiornamento che va presentata ad ottobre e fa da base alla Legge di Bilancio da votare entro la fine dell’anno
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Def, taglio del cuneo confermato anche nel 2025
A preoccupare, semmai, non è ciò che manca nel Def, ma una carenza decisamente più grave nel dibattito politico e nelle dichiarazioni, queste sì programmatiche, del ministro Giancarlo Giorgetti e della presidente Giorgia Meloni, che continuano a rassicurare i lavoratori che anche nel 2025 sarà mantenuto il taglio del cuneo fiscale, ma non dicono nulla su cosa il governo vuol fare per eliminare l’assurda tagliola che annulla il beneficio della decontribuzione per chi supera anche solo di un euro la soglia dei 35 mila euro di retribuzione annua.
Chi ci segue conosce bene il grido di allarme che noi di Confsal-Unsa abbiamo lanciato mesi fa. Il meccanismo del taglio del cuneo fiscale, infatti, prevede che i dipendenti che guadagnano meno di 35 mila euro annui, versino all’Inps solo una parte della quota di contributi a loro spettante (che è del 9,8% dello stipendio). In particolare, quelli che guadagnano meno di 25 mila euro, secondo il meccanismo vigente versano il 2,9%, quelli che stanno tra i 25 e i 35 mila euro, versano un po’ di più, il 3,8%, in entrambi i casi la differenza, ovviamente, resta in busta paga. Superata la fatidica soglia, però, non c’è più alcun taglio e si deve versare l’intera quota contributiva. E questo vale anche se lo sforamento avviene per effetto di un aumento contrattuale. Ora, come abbiamo denunciato con forza, a ridosso di questa quota limite si trova la gran parte dei dipendenti pubblici, i quali stanno per vedere rinnovato il loro contratto di lavoro, consapevoli, quindi, che se l’aumento contrattuale li porterà a superare (anche solo di un euro, è bene ribadirlo) la soglia dei 35 mila euro, l’annullamento del bonus contributivo annullerà ogni beneficio e addirittura potrebbe portare alla beffa di un assegno mensile persino più basso di quello derivante dal vecchio contratto.
Il rischio è molto concreto e per evitarlo noi abbiamo chiesto che i futuri aumenti contrattuali vengano considerati neutri ai fini del taglio del cuneo. Non è una richiesta assurda, visto che lo stesso governo ha già considerato neutrale ai fini del superamento della soglia dei 35 mila euro annui il bonus concesso alla fine dello scorso anno con l’erogazione dell’indennità di vacanza contrattuale straordinaria (anche se, per la verità, sulla cifra incassata come bonus i dipendenti pubblici hanno comunque dovuto versare l’intera quota retributiva del 9,8%). Una richiesta di buon senso, accolta, però, da un assordante silenzio, che non vorremmo facesse parte di un quadro programmatico, questo sì, molto preoccupante.
