Si vedrà a fine mese se il taglio del cuneo fiscale di 4 punti per i redditi fino a 35mila euro lordi varrà davvero 100 euro, come dice il governo o 50 euro come sostiene l’opposizione. Nell’attesa non ci resta che pensare che anche questa volta la verità stia nel mezzo, intorno agli 80 euro, cifra aurea delle sforbiciate fiscali sul lavoro dai tempi di Matteo Renzi. Da quel primo bonus del 2014, quasi ogni governo che si è succeduto ha puntato, infatti, gran parte delle sue carte sull’utilizzo della leva fiscale per rimpolpare un po’ gli stipendi. Lo ha fatto, per esempio, Giuseppe Conte nel suo secondo mandato. Se l’ex sindaco di Firenze aveva fissato il limite dei 24 mila euro lordi per godere del bonus (con un meccanismo a scalare per la fascia successiva fino ai 26 mila euro lordi), l’”avvocato del popolo” (come lo stesso ex premier si definiva) ha portato il bonus a 100 euro netti per i redditi fino a 26 mila euro lordi e ha introdotto anche lui un meccanismo a scalare fino ai 40 mila euro. Il costo dell’operazione di Renzi fu di circa 10 miliardi l’anno, il successivo ampliamento di Conte, reso strutturale con la Legge di Bilancio 2021, ha aggiunto altri 5 miliardi l’anno di oneri per le casse pubbliche, mentre le successive manovre di Mario Draghi hanno raddoppiato il conto totale, aggiungendo altri 15 – 16 miliardi di copertura per un ulteriore taglio del cuneo fiscale del 2% e una riduzione Irpef connessa al passaggio da cinque a quattro aliquote e alla riorganizzazione degli aiuti alle famiglie con l’introduzione dell’assegno unico.
La manovra del governo Meloni, varata il 1° maggio, si aggiunge alla conferma del taglio di Draghi dei due punti di cuneo, prorogato con la scorsa legge di bilancio e porta a sei punti la sforbiciata complessiva, con un costo aggiuntivo fino al 31 dicembre di circa 5 miliardi. La misura, infatti, resterà in vigore per poco più di metà dell’anno, essendo transitoria, il che significa che se il governo volesse renderla strutturale, nella prossima Legge di Bilancio dovrebbe raddoppiare la copertura, trovando nei conti altri 10 miliardi. Giorgia Meloni ha già detto che il suo obiettivo è proprio quello, del resto vorrà evitare l’effetto boomerang di un beneficio per milioni di lavoratori che, dopo un semestre e poco più, sparisce di colpo a gennaio, a pochi mesi da un voto per lei vitale come quello per il Parlamento europeo (Meloni è a capo dei conservatori europei che puntano a sostituire i socialisti nell’alleanza di governo con Popolari e Terzo polo a Bruxelles e Strasburgo). Un pericolo, quello del boomerang, da scongiurare a tutti i costi, soprattutto se si vuole ripetere l’exploit di Renzi, che anche grazie agli 80 euro in busta paga riuscì a prendere il volo alle europee, ottenendo il record del 40% dei consensi.
La strada per Meloni è però molto più accidentata, non solo perché la mossa degli 80 euro Renzi la fece a ridosso delle elezioni, mentre lei è partita un anno prima, ma pure perché i 10 miliardi e rotti necessari al taglio del cuneo non sono le sole risorse extra che il governo dovrà reperire con la prossima manovra, visto che dal 2024 non ci sarà più la moratoria per gli obblighi di bilancio dei paesi con alto debito e l’Italia, anche con le regole più lasche del nuovo Patto di stabilità, in discussione in queste settimane a Bruxelles, dovrà comunque tagliare tra i 5 e i 10 miliardi di spese per riportare il deficit sotto il 3% del Pil e riprendere il percorso (impossibile) verso un debito al 60% del Pil.
Il reperimento di risorse aggiuntive non sarà affatto agevole perché il barile è stato ampiamente raschiato: il reddito di cittadinanza è già stato falcidiato e il Superbonus edilizio è stato cancellato, per citare due degli impegni più gravosi decisi sotto i due governi Conte, quanto alla montagna delle tax expenditures, la grande massa delle agevolazioni, detrazioni e deduzioni fiscali che da decenni ogni governo si propone di tagliare, sfoltire o anche semplicemente riordinare, l’esperienza insegna che è assai vano farci troppo conto nella ricerca di tesoretti, non a caso il Rapporto sulle spese fiscali, che ogni anno il Mef presenta al Parlamento, citava 444 voci di vari benefit fiscali nell’edizione del 2016 ma nell’ultima, quello redatta nel 2022, la cifra è salita a 626. Ad aggravare il tutto, infine, resta l’inflazione (ben lungi dall’essere stata messa sotto controllo) che mese dopo mese sgranocchia il potere d’acquisto degli italiani, riducendo l’impatto di quel po’ di euro in più (50 o 100 che siano). Non è, insomma, con le misure spot che si riesce a fare la differenza, servirebbe una vera e profonda riforma fiscale. Il guaio è che una riforma del genere farebbe bene ai conti ma non guadagnare consensi, semmai, al contrario, li farebbe perdere, visto che non sarebbero poche le categorie che ci rimetterebbero nella cancellazione di un proprio privilegio e l’Italia è sempre il Paese (pardon, Nazione) che rischia una procedura d’infrazione europea per non scontentare ambulanti e gestori di stabilimenti balneari, categorie poco numerose e da sempre fuori da ogni regola concorrenziale.
