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Guerra, più caro il Tfs degli statali: stangata in arrivo sui prestiti delle banche

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Le previsioni sui rendistato e in particolare quelle sui rendimenti dei Btp italiani, nel contesto di guerra attuale, indicano una fase di alta volatilità e pressione al rialzo. Questa non è una buona notizia per i dipendenti pubblici che devono chiedere l’anticipo del Tfs/Tfr in banca. Su questi finanziamenti, com’è noto, le banche applicano un tasso di interesse agevolato, calcolato proprio sulla base del rendistato. Il tasso di interesse è il frutto della somma del rendistato e dello 0,5% fisso di spread. A febbraio il rendistato generale è sceso sotto la soglia dei tre punti percentuali, in linea con i mesi precedenti. Rispetto a 5 anni fa questi prestiti sono decisamente meno convenienti: all’inizio, infatti, i dipendenti pubblici che si rivolgevano agli istituti di credito per riscattare prima il loro Tfs scontavano un tasso di interesse dell’un per cento. Oggi versano il triplo per avere i soldi della liquidazione, senza passare per il meccanismo del pagamento differito e rateizzato. E in caso di conflitto prolungato la spesa per gli interessi potrebbe fare un ulteriore balzo. Il meccanismo del pagamento “al rallentatore” del Tfs agli statali, è il caso di ricordarlo, in questi giorni è stato nuovamente messo alla berlina dalla Consulta. I giudici hanno dato al governo 9 mesi di tempo, fino a gennaio 2027, per sciogliere questo nodo e trovare una soluzione, anche graduale, che consenta di riallineare i tempi di pagamento del Tfs nel pubblico a quelli del privato.

L’ultimatum

Entro il 14 gennaio 2027 dovrà essere adottata una riforma strutturale che pianifichi la completa eliminazione di ogni meccanismo dilatorio nel pagamento del Tfs/Tfr ai dipendenti pubblici. Dopo essere stata nuovamente investita della questione di legittimità costituzionale delle disposizioni che prevedono la corresponsione differita e rateizzata dei trattamenti di fine servizio diretti ai dipendenti pubblici cessati dall’impiego per raggiunti limiti di età o di servizio, la Corte Costituzionale, con l’ordinanza numero 25, depositata il 5 marzo, ha rilevato che, nonostante i moniti espressi con le sentenze numero 159 del 2019 e numero 130 del 2023, sollecitate dai ricorsi della Confsal-UNSA, non è stato ancora avviato «in modo sostanziale» quel processo di graduale, ma completa, eliminazione dei termini per il riconoscimento delle spettanze oggetto delle pronunce. Hanno inoltre portata circoscritta, hanno ritenuto i giudici, le misure tampone messe in campo finora, come l’ampliamento della platea degli aventi diritto che, per la loro condizione di fragilità, possono percepire l’intero trattamento nel termine di tre mesi dalla cessazione dal servizio, senza ulteriore dilazione, e la riduzione di tre mesi, con decorrenza da gennaio prossimo, del termine per la liquidazione del Tfs. Al fine di consentire al legislatore di intervenire con un’appropriata disciplina, la Corte ha rinvuato la trattazione delle questioni di legittimità costituzionale relativo al pagamento differito e rateizzato del Tfs agli statali all’udienza del 14 gennaio 2027, all’esito della quale potrà essere valutata l’eventuale sopravvenienza di un intervento riformatore che pianifichi l’eliminazione dei meccanismi dilatori attualmente in vigore.

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