Ora tutti nella maggioranza giurano che non c’è stata alcuna marcia indietro sul decreto Cutro, derubricando il balletto degli emendamenti sulla stretta alla protezione speciale ai richiedenti asilo, a confronto formale fra i partiti della maggioranza su una questione quasi di lana caprina. In realtà tra i partiti di governo la disputa c’è stata, eccome, con la Lega tetragona nel voler togliere dal comma 1.1 dell’art. 19 del testo unico sull’Emigrazione l’esplicito riferimento all’obbligo di accogliere chi non possa godere nel paese di provenienza dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione e dai trattati internazionali. A risolvere la questione, alla fine, è stato Palazzo Chigi facendo notare, soprattutto alla Lega, che non bastava sostenere che ogni testo legislativo non può che rispettare la Carta fondamentale, perché senza quel riferimento esplicito difficilmente il Capo dello Stato avrebbe firmato il testo finale del provvedimento.
Le telefonate arrivate dal Colle erano state abbastanza chiare e per la verità i leghisti se lo dovevano aspettare, perché il tema era già stato motivo di un confronto particolarmente caldo in passato, ai tempi del decreto Sicurezza, quando a Palazzo Chigi c’era Antonio Conte e ministro dell’Interno del governo giallo-verde era Matteo Salvini. Come si ricorderà nel 2018 la firma di Sergio Mattarella sul decreto era arrivata solo dopo alcune correzioni non marginali. Per evitare fraintendimenti, il testo firmato fu addirittura accompagnato da una lettera al Premier in cui il Capo dello Stato avvertiva l’obbligo “di sottolineare che, in materia, come affermato nella Relazione di accompagnamento al decreto, restano ‘fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato’, pur se non espressamente richiamati nel testo normativo, e, in particolare, quanto direttamente disposto dall’art. 10 della Costituzione e quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall’Italia”.
Sul rispetto, non solo formale, della Costituzione e dei trattati internazionali, in particolare dei principi fondativi dell’Unione Europea, Mattarella ha già dimostrato durante tutto il suo mandato di non fare sconti, arrivando a cancellare dalla lista dei ministri del Conte I il nome di Paolo Savona quale titolare dell’Economia a causa del suo manifesto euroscetticismo. “La designazione del ministro dell’economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari” disse infatti per motivare la bocciatura, incurante delle minacce del leader 5 Stelle, Luigi Di Maio, di procedere ala sua messa in stato di accusa (prospettiva allora condivisa anche da Giorgia Meloni, perché sosteneva che “di gente che fa l’interesse delle nazioni straniere e non degli italiani ne abbiamo vista fin troppa”).
Acqua passata, Di Maio ha smesso di fare politica ma negli anni scorsi (dopo la falsa partenza dell’impeachment) di Mattarella era diventato un vero fan, mentre Meloni lo scorso ottobre è stata addirittura difesa dal Capo dello Stato quando, prima del suo insediamento a Palazzo Chigi, era finita sotto il tiro della ministra francese per gli Affari Europei, Laurence Boone, che si proponeva di vigilare sul rispetto di diritti e libertà da parte del nuovo esecutivo. A lei Mattarella rispose duro che “l’Italia sa badare a se stessa” grazie alla Costituzione e ai valori dell’Unione Europea. Costituzione e valori europei, appunto, i limiti oltre i quali Mattarella nella sua veste di garante dell’unità nazionale non permette ad alcun governo di andare.
Certo i toni, nel rispetto del suo stile personale e del ruolo, non sono mai drastici, ma sulla sostanza non cede, così quando il ministro per gli Affari europei ,da cui dipende anche l’attuazione del Pnrr, ha cominciato a mettere in discussione la possibilità di rispettare i tempi di attuazione di diversi progetti, accusando di fatto il governo di Mario Draghi di aver infarcito il programma di obiettivi irrealizzabili, Mattarella ha approfittato dell’occasione dell’assemblea annuale dell’Anci per ribadire che “Il Pnrr è un appuntamento che l’Italia non può eludere”, perché il “modo con il quale sapremo utilizzare e mettere a frutto le risorse rese disponibili dall’Unione europea condizionerà una parte del futuro, non solo del Paese, ma dell’intero continente”, e poi ha convocato Meloni al Quirinale per un pranzo chiarificatore così lungo da farle saltare il viaggio a Udine per la chiusura della campagna elettorale regionale.
Mattarella, insomma, non perde un colpo, solo che spesso il suo sforzo di tenere la politica nazionale entro le colonne d’Ercole della Costituzione e dei trattati assomiglia a quella di Sisifo, e così mentre lui va ad Aushwitz per dire, davanti ai rappresentanti del governo sovranista polacco, che “l’odio, il pregiudizio, il razzismo, l’estremismo e l’indifferenza, il delirio e la volontà di potenza sono in agguato, sfidano in permanenza la coscienza delle persone e dei popoli”, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida da Roma apre un altro fronte affermando che “non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica: gli italiani fanno meno figli, quindi li sostituiamo con qualcun altro”. Inutile poi cercare di metterci una pezza dicendo che del “Piano Kalergi” e delle teorie complottiste che stanno dietro a quei termini così cari alle destre razziste e xenofobe mondiali lui non sapeva niente, anche perché il fantasma della sostituzione etnica è stata evocato a lungo dalla stessa Meloni, che in passato ha accusato il governo Renzi di voler fare le “prove generali di sostituzione etnica in Italia” e il finanziere George Soros di sostenere “in tutto il mondo l’immigrazione di massa e il disegno di sostituzione etnica”.
Quando un partito ha conquistato quasi un terzo dei voti dando voce a tutte le inquietudini dell’elettorato, anche quelle delle fasce più estreme, xenofobe e no vax (si era ancora dentro la pandemia quando Meloni fece scalpore chiedendosi perché “devo vaccinare mia figlia, di cinque anni, con un vaccino che non ha terminato la sperimentazione, per consentire agli immigrati di sbarcare illegalmente in Italia?”), è difficile far cambiare di colpo il registro a tutti i suoi esponenti, tanto più se nella maggioranza c’è chi, come Matteo Salvini, vuole frenare l’emorragia dei consensi spostandosi sempre più a destra. Per fortuna di Meloni, però, mercati e diplomazie più che alla propaganda badano al sodo, così come ha fatto l’agenzia di rating Standard & Poor’s, che ha confermato il giudizio Bbb sull’Italia per l’“approccio moderato e pragmatico in relazione all’Europa e alla politica di bilancio” tenuti fin qui dal governo. E di questo si può essere grati anche a Mattarella.
