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Giustizia lenta, i 2,6 miliardi del Pnrr non bastano: ecco perché in Italia un processo dura in media 532 giorni

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Come aveva spiegato Trilussa, quando entrano in ballo le percentuali possono capitare miracoli per cui anche il povero, che non mai visto un pollo sul suo desco, risulta statisticamente sazio per effetto dei polli in più mangiati da qualcun altro. Apologo da tenere ben presente quando si legge la relazione sul monitoraggio statistico degli indicatori Pnrr nell’anno 2022, licenziata recentemente dal ministero della Giustizia. L’incipit, infatti, sembra muovere all’ottimismo quando si certifica che il tempo medio di durata dei procedimenti civili nei tre gradi di giudizio è calato lo scorso anno dell’11,8% (rispetto all’anno di riferimento 2019). Praticamente risulterebbe già percorso un quarto di strada verso il raggiungimento del più qualificante obiettivo del Piano Nazionale di ripresa e Resilienza nel comparto Giustizia, al settore, infatti, sono stati assegnati 2.680 milioni di euro circa per ottenere, tra l’altro, una riduzione del 40% del tempo di durata del giudizio civile (nei tre gradi) e del 25% della durata dei procedimenti penali (sempre considerando tutti e tre i gradi di giudizio). E quello di ottenere processi più veloci entro il 2026 è sicuramente l’obiettivo più ambizioso rispetto agli altri tre, che riguardano l’abbattimento dell’arretrato giurisdizionale, la digitalizzazione del processo e infine la riqualificazione del patrimonio immobiliare giudiziario.

Il problema, però, è che a quell’11,8% ci si arriva sommando la notevole riduzione dei tempi per i procedimenti civili in Corte di Cassazione (-18,4%) alle molto meno rilevanti sforbiciate dei tempi per i procedimenti in Tribunale (-4,2%) e in Corte d’Appello (-5,1%). Due cifre che sono ben distanti dai target quantitativi concordati con la Ue, anzi li rendono praticamente impraticabili, a meno di un vero e proprio miracolo. Per valutare i tempi e di conseguenza l’efficienza della Giustizia, la Ue usa un indice comune, il disposition time che calcola il rapporto tra i procedimenti pendenti e quelli definiti alla fine di un anno, moltiplicando poi la cifra per 365, ossia i giorni di un anno, il risultato è un’indicazione accettabile del tempo massimo di definizione di un procedimento.  Attualmente secondo questi parametri un procedimento civile in un tribunale italiano viene completato in media in 532 giorni, appunto il 4,2% in meno del tempo che ci voleva nel 2019 quando il Dt era di 556 giorni (per valutare meglio questa cifra bisogna però aggiungere che, uscendo dalla media e scendendo nel dettaglio, il monitoraggio dimostra che in una sede su cinque la durata delle procedure invece di diminuire è addirittura aumentata).

Ora è vero che per effetto della pandemia nel 2020 e 2021 i tempi si erano allungati non poco (rispettivamente una durata media di 719 e 567 giorni), ma il dato dello scorso anno è pur sempre lontanissimo dall’obiettivo fissato per il 2026, quando secondo gli accordi presi con la Ue il Dt di un procedimento civile dovrebbe essere di 244 giorni, il che rappresenterebbe un taglio dei tempi del 56% rispetto al 2019 e lo stesso target percentuale è previsto per la riduzione dei tempi in Corte d’Appello (Il Dt del 2019 era di 654 giorni, nel 2022 è stato di 620, risultato che è ben lontano dalla durata di 366 giorni fissata come target 2026). Per non dire che anche il secondo target, quello che riguarda lo smaltimento degli arretrati, sembra difficilmente alla portata visto che a fine 2022 la tendenza si è fermata al -9% in Tribunale e al -28,3% in Corte d’appello, mentre l’obiettivo per 2026 prevede quasi l’azzeramento dell’arretrato, ossia un calo del 90%.

Le probabilità, insomma, che anche nel campo della Giustizia l’Italia riesca a rispettare la tabella del Pnrr sono al momento molto basse, ma a gonfiare le vele del pessimismo più che i calcoli stocastici è la consapevolezza che sia il governo precedente, che ha vergato programmi e obiettivi del Pnrr, sia quello attuale, che vorrebbe ridiscutere entrambi con Bruxelles, non hanno focalizzato l’errore di fondo che accomuna tutte le due rispettive strategie: non mettere al centro il fattore umano, ossia l’investimento sul personale che dovrebbe compiere il miracolo di un così vasto recupero di efficienza della macchina giudiziaria.

Sì, è vero che quasi tutte le risorse messe in campo sono state utilizzate per creare dal nulla centinaia di Uffici del processo in tutte le articolazioni dell’amministrazione giudiziaria. Sono stati già assunti oltre 8 mila tecnici ed esperti vari, con contratto biennale, nell’intento di sollevare i magistrati e gli uffici di loro stretta collaborazione, dai tanti compiti amministrativi e burocratici, in modo da velocizzare i tempi dei procedimenti. Altri 8 mila addetti verranno inoltre assunti prossimamente, ma non saranno risorse in più, serviranno infatti a sostituire i primi alla scadenza contrattuale. Già perché tutto questo know how, che pure è costato periodi non brevi di formazione, sarà presto disperso visto che si è deciso che quei contratti a termine non posso essere rinnovati. Si assume personale, insomma, come si acquistano i computer in leasing, che alla scadenza vengono rimandati indietro per metterne in linea altri nuovi, senza tenere conto che tra l’intelligenza umana e quella artificiale, vivaddio, c’è ancora qualche differenza.

A peggiorare inoltre le cose c’è anche il fatto che il turnover nei nuovi uffici è accelerato anche dall’esodo costante di quanti, vista la precarietà dei contratti e le non eccelse retribuzioni, colgono al volo nuove occasioni d’impiego e infatti in meno di due anni già in duemila si sono dimessi per dirigersi verso altri lidi. Se poi si aggiunge che nel quinquennio sono previsti tra i ranghi amministrativi di tribunali, corti e ministero, oltre 10 mila uscite per raggiungimento dell’età pensionabile e che in media ogni anno al massimo viene coperto un quarto dei posti resisi vacanti nel quadriennio precedente, la situazione non può che apparire disperante, mentre il 2026 è così, inquietantemente, vicino.

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