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Giustizia, contro la fuga dei dipendenti retribuzioni più elevate

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“La grande fuga” è il titolo di uno dei film più belli della mia infanzia (è del 1963), forse la migliore interpretazione di Steve McQueen, e racconta la storia vera della più spettacolare evasione di massa di prigionieri da un lager nazista. Uno dei più sorvegliati. Avvenne nella realtà nel marzo 1944 in Polonia, nello Stalag Luft III, dove 76 prigionieri di guerra avieri alleati riuscirono a scappare attraverso un tunnel da uno dei più duri campi di prigionia delle forze armate tedesche.

Una storia eclatante che viene automaticamente evocata ogni volta che si verifica un grande esodo, come quello che sta colpendo in questi mesi l’amministrazione giudiziaria e penitenziaria italiana. Un evento che i media hanno scoperto oggi, per effetto degli allarmi lanciati da molti Presidenti di Corti d’Appello durante le cerimonie d’apertura dell’anno giudiziario, ma che noi di Confsal-UNSA denunciamo da tanto, troppo tempo. Le carenze d’organico della macchina giudiziaria non si possono più nascondere, manca all’appello quasi un addetto su quattro, e la situazione è in continuo peggioramento, con l’effetto che la durata dei processi, soprattutto quelli civili, ha messo l’Italia in una posizione internazionale indifendibile.

Giustizia, fuga dei dipendenti. Fa paura il concorso alle Entrate

Il precedente governo, con la Riforma Cartabia, ha pensato di risolvere la situazione inserendo migliaia di precari a tempo, con l’escamotage degli “Uffici del Processo”, finanziati con i soldi del PNRR. Fin dall’inizio avevamo messo in guardia l’amministrazione, dicendo che sarebbe stata una pessima mossa, che non avrebbe affatto risolto i problemi della giustizia l’inserimento di 16 mila neolaureati in legge, economia e scienze informatiche, con la prospettiva di un posto garantito a mala pena per un triennio (i contratti sono, infatti, rigidamente a termine, da 2 a 3 anni di validità e non rinnovabili). Siamo stati fin troppo facili profeti. Il disastro ora è sotto gli occhi di tutti. Della prima tranche di 9 mila assunti, più del 20% ha lasciato dopo pochi mesi e l’esodo non si sta arrestando.

Il problema è che ad andarsene non sono soltanto questi giovani precari, ma si licenziano anche dipendenti con ben altra anzianità e professionalità molto più rodata, come cancellieri, assistenti giudiziari e altre figure chiave. Se ne vanno perché attratti da stipendi più alti e prospettive di carriera migliori e il paradosso è che fare concorrenza a un ramo dello Stato così in difficoltà non sono imprenditori privati, ma altre amministrazioni pubbliche, come l’Inps o le Agenzie fiscali, che in virtù della loro specifica autonomia amministrativa hanno le mani più libere nell’impostare la politica del personale.

Lo Stato, insomma, fa concorrenza a sé stesso e la situazione è così paradossale che, alla fine, sono le stesse ramificazioni interne dell’amministrazione giudiziaria a contendersi il personale. Lo ha spiegato chiaramente il presidente della Corte di Appello di Torino Edoardo Barelli Innocenti: “La recente pubblicazione del bando di concorso dell’Agenzia delle Entrate per 4.500 posti, nonché il bando di mobilità interno del Ministero della Giustizia, preannunciano la possibilità concreta di ulteriori prossime riduzioni del personale in servizio”.

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Un pericolo molto concreto, visto che a Torino la situazione è già vicina al collasso. Nonostante i concorsi banditi, infatti, già nel 2022 risultava scoperto il 19% delle posizioni ma lo scorso anno la carenza di personale si è perfino aggravata, arrivando a superare il 28%. E se da Torino passiamo a Milano o a Roma la situazione non cambia, stessi problemi, stessi allarmi, stesse prospettive di ulteriori esodi. Del resto, non potrebbe che essere così, come dimostra uno studio Confsal-UNSA basato sui dati ufficiali del conto annuale 2021 MEF – RGS, lo squilibrio retributivo tra il personale del comparto Giustizia e quello di altre amministrazioni è pesantissimo.

A fare la differenza è il salario accessorio, cioè gli straordinari e le altre indennità. Prendiamo il caso di un dipendente del Ministero della Giustizia che si trovi nella così detta Area Prima, la fascia retributiva più bassa: nel 2021 ha preso in media 230 euro di straordinari e 398 euro di altre indennità; un suo parigrado del Mef ha portato a casa per le stesse voci rispettivamente 678 e 7.662 euro; un collega in analoga fascia dell’Agenzia delle Entrate ha incassato 75 e 2.850 euro; è andata ancora meglio al corrispondente lavoratore dell’Agenzia delle Dogane, che ha guadagnato in media 701 euro di straordinario e 2.680 di altre indennità; per non parlare del più fortunato di tutti, ossia il dipendente di un ente pubblico non economico, come l’Inps, l’Inail o l’Aci, che nel 2021 ha preso 479 euro di straordinario e ben 10.741 di altre indennità.

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Per questo motivo noi di Confsal-UNSA ci siamo rivolti direttamente al ministro Carlo Nordio per chiedere un intervento normativo urgente che metta in campo risorse aggiuntive per equilibrare i salari di chi lavora per il suo dicastero. Non c’è più tempo da perdere. Come abbiamo ricordato nella lettera al ministro: “I mancati investimenti negli ultimi 20 anni, anche in termini di riconoscimento economico e giuridico della professionalità di tutti i lavoratori della giustizia, hanno generato una disparità di trattamento economico che – rispetto al passato – allontana dal Ministero della Giustizia coloro che si avvicinano al mondo della Pubblica Amministrazione. Di converso, si è registrata la valorizzazione (giusta) dei dipendenti delle altre Amministrazioni Centrali che hanno visto accrescere le loro retribuzioni complessive, attraverso norme specifiche e stanziamenti extra contrattuali sul salario accessorio”. Ora questo divario va colmato, altrimenti non ci resta che la strada della lotta sindacale. E questa, come sanno bene a Via Arenula, non ci ha mai spaventato.

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