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Furbetti del cartellino, le “pause caffè” saranno tollerate

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C’è una linea sottile che divide i furbetti del cartellino da sanzionare da quelli che possono ambire a farla franca. Due dipendenti comunali, finiti nei guai perché pizzicati dai Carabinieri mentre non erano alla scrivania (uno era andato a prendere un caffè mentre l’altro si era recato dal tabbaccaio ed entrambi non avevano timbrato il badge), non solo sono stati condannati dai giudici di Tribunale e Corte d’appello, ma si sono visti negare l’accesso al beneficio della non punibilità per la particolare tenuità del fatto. Una decisione che non ha convinto però la Cassazione.

La vicenda

Tribunale e Corte d’appello avevano detto no alla non punibilità per due ragioni: i futili motivi che avevano portato i due dipendenti a lasciare il posto di lavoro e l’abitualità della loro condotta. Le dichiarazioni dei due avevano infatti lasciato intendere che per loro fosse una prassi quella di assentarsi per brevi periodi dall’ufficio senza timbrare il badge. Diversa la posizione della Cassazione. Dal momento che sul cartellino non c’è traccia degli spostamenti della coppia di impiegati, ha fatto notare la Suprema corte, l’abitualità non può essere provata. Inoltre, secondo la Cassazione, la futilità dei motivi da solo non basta a negare agli imputati il beneficio della non punibilità per la particolare tenuità del fatto.

Il reato

L’irregolare utilizzo dei sistemi di rilevazione delle presenze da parte dei due dipendenti, teso a trarre in inganno l’amministrazione presso la quale prestavano servizio, ha fatto sì che i giudici di legittimità confermassero il reato previsto dalla cosiddetta legge Brunetta e la condanna a risarcire il danno alla Pa, ma con l’invito alla Corte d’appello a rivedere il no alla non punibilità. Dalla vicenda si evince dunque che ci sono pause caffè sulle quali si può chiudere un occhio. Il temporaneo allontanamento dal posto di lavoro deve però essere sempre accertato dal sistema di rilevazione delle presenze, anche in presenza dell’autorizzazione orale del capo ufficio.

Cosa dice la legge

La legge sul pubblico impiego punisce il lavoratore dipendente di una pubblica amministrazione che attesta falsamente la propria presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente. La pena è la reclusione da uno a cinque anni e la multa da 400 a 1.600 euro. Il lavoratore è poi passibile di licenziamento disciplinare, risarcimento della retribuzione percepita nei periodi in cui non ha eseguito le prestazioni e, infine, può essere punito anche per il reato di truffa aggravata.

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