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Comuni, in uscita la metà del personale: gli stipendi bassi alimentano la fuga verso altre Pa

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Fuga dai Comuni. I rinnovi contrattuali dei mesi scorsi (ma ora si attende la firma per il 2025-2027 che potrebbe portare a incrementi medi da 140 euro mensili) hanno un po’ migliorato la situazione, tuttavia il problema di fondo resta: i dipendenti pubblici al servizio dei sindaci continuano a guadagnare troppo poco (fino al 30 per cento in meno) rispetto ad altri statali. Tanto che a migliaia sognano la fuga verso amministrazioni più generose. Con il risultato che gli uffici comunali rischiano di svuotarsi nei prossimi anni. Ma andiamo con ordine. È un fatto che dopo anni di discesa continua, il personale dei Comuni italiani torna a crescere. Il recupero, però, non basta a compensare un vuoto che ha carattere strutturale. È quanto emerge dall’anteprima del XV Rapporto IFEL sul personale comunale, che fotografa una situazione ancora critica tra difficoltà di reclutamento, salari, come detto, poco competitivi e un’ondata di uscite prevista nei prossimi anni. Nel 2024 le amministrazioni comunali hanno registrato 28.020 nuove assunzioni a fronte di 25.167 uscite, con un saldo positivo di circa 2.850 unità. Il totale degli addetti sale così a 343.200, in lieve aumento rispetto all’anno precedente. Non è il caso di cantare vittoria. Il dato, infatti, resta lontano dai livelli del passato: dal 2007 il personale si è ridotto del 28,4%, segno di una lunga fase di contrazione non ancora recuperata. E a pesare non sono solo i pensionamenti, ma anche le dimissioni volontarie. Nel solo 2024 queste hanno superato le uscite per pensione e, nel periodo 2017-2024, hanno raggiunto quota 82 mila. Si tratta spesso di lavoratori che scelgono altre destinazioni pubbliche, attratti da condizioni economiche migliori.

Il nodo delle retribuzioni

I dipendenti comunali percepiscono salari medi inferiori rispetto a quelli delle Regioni. Esempio: un istruttore guadagna circa 30 mila euro lordi annui contro i 33,2 mila euro regionali, mentre per gli operatori il divario è ancora più marcato (23.216 euro contro 28.270). Una differenza che incide sulla capacità dei Comuni di trattenere e attrarre personale qualificato. In tutto questo, le prospettive per il futuro destano ulteriori preoccupazioni. Se le tendenze attuali saranno confermate, nei prossimi sette anni il comparto potrebbe perdere circa 20.700 unità l’anno tra pensionamenti e altre uscite, per un totale di 145 mila lavoratori: quasi la metà dell’attuale forza a tempo indeterminato. In questo quadro desolante cresce il carico di lavoro. Secondo Ifel nell’area della pianificazione urbanistica, cruciale per la gestione degli investimenti pubblici, i dipendenti sono diminuiti, mentre le risorse gestite sono aumentate in modo significativo. Tra il 2017 e il 2024 gli investimenti comunali sono più che raddoppiati, passando da 8,3 a 19,1 miliardi di euro, con un conseguente aumento della pressione su ogni singolo addetto. Insomma, il panorama complessivo che emerge è quello di un sistema che mostra segnali di ripresa, ma che poggia su gambe estremamente fragili. Così, in mancanza di interventi strategici su retribuzioni, attrattività e ricambio generazionale, il rischio è che la macchina amministrativa locale si trovi presto a fronteggiare una nuova fase di carenza strutturale di personale.

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