Se ne torna a parlare perché la cosiddetta rottamazione quinquies prevede una scappatoia per i dipendenti statali con cartelle esattoriali attive: chi aderirà alla sanatoria, come recita, infatti, la nuova norma, eviterà la tagliola dello stipendio decurtato. Ma l’attenzione non andrebbe focalizzata su questa misura, che pure ha senso, bensì sulla spada di Damocle che, dal 1° gennaio 2026, incomberà su 180mila dipendenti pubblici che, secondo stime del Tesoro, hanno debiti con il Fisco.
La scorsa legge di bilancio ha introdotto, infatti, un’ennesima norma discriminatoria che penalizza ulteriormente i pubblici dipendenti rispetto ai loro colleghi del settore privato. In particolare, due commi, inseriti (nella generale disattenzione della politica e dell’informazione) tra le centinaia di altre disposizioni approvate a ridosso delle festività natalizie, prevedono che dal 1 gennaio 2026, prima di erogare stipendi o compensi a lavoratori pubblici, le amministrazioni pubbliche dovranno verificare la posizione fiscale del dipendente. Se il soggetto risulta avere debiti fiscali superiori a 5.000 euro e ha uno stipendio superiore a 2.500 euro lordi mensili, l’ente pagatore è obbligato a sospendere il pagamento e a comunicarlo all’Agenzia delle Entrate – Riscossione, che potrà avviare il pignoramento direttamente sullo stipendio fino a un settimo del suo ammontare.
L’obiettivo, pubblicamente dichiarato dal governo nella relazione tecnica che illustrava la norma, era chiarissimo: rendere più efficace la riscossione dei crediti fiscali nei confronti di soggetti che percepiscono redditi stabili e tracciabili; ed evitare l’accumulo di morosità da parte di dipendenti pubblici, categoria in cui lo Stato è al tempo stesso datore di lavoro e creditore. Ma è proprio quest’ultimo punto che dimostra come, per l’ennesima volta, l’uguaglianza dei diritti per i lavoratori pubblici rimanga una chimera.
La questione è semplice: se un lavoratore privato è moroso lo Stato può pignorare anche il suo stipendio, ma prima deve convincere il Tribunale o il giudice di pace (a seconda del caso) della correttezza della sua richiesta e solo dopo aver ottenuto un decreto ingiuntivo può inviare la notifica al datore di lavoro. Qui no, si salta a piè pari il passaggio giudiziario ordinario e si passa immediatamente all’incasso impedendo qualsiasi difesa preventiva, con il risultato che il lavoratore, che non ha avuto modo di illustrare le proprie ragioni a una magistratura terza, finisca per scoprire il pignoramento solo al momento di ricevere la busta paga già decurtata.
È un film che abbiamo già visto. Quando il governo ha bisogno di far cassa, il primo pensiero è sempre quello di mettere le mani nelle tasche più a portata di mano. È stato così con il blocco della contrattazione e del turnover del pubblico impego, che ha ridotto immediatamente la spesa pubblica in stipendi retribuzioni varie. È così, purtroppo, anche con il TFR-TFS, che i dipendenti pubblici incassano anche cinque anni e più dopo l’andata in pensione, cioè con attese bibliche che nulla hanno a che vedere con i tre mesi massimo di attesa nel privato. E sarà così, tra un mese circa, anche per la lotta all’evasione, finalità lodevole e condivisibile, ma che non si capisce perché debba essere praticata, con metodi tanto discutibili e coercitivi, solo tra i dipendenti pubblici.
Capiamoci, qui nessuno difende i furbetti delle tasse, ma al di là dell’evidente disparità di trattamento tra lavoratori pubblici e privati, è evidente che questo meccanismo automatico e draconiano sostituisce con una “tagliola” immediata quello che dovrebbe essere un percorso di conciliazione o regolarizzazione graduale. Ma le criticità di questo metodo non si esauriscono qui. Provo a delineare le più macroscopiche: come si è arrivati alle soglie minime di debito (5.000 euro) e di stipendio (2.500 euro al mese)? Si voleva colpire un numero di lavoratori “selezionati”? La relazione stilata dai tecnici del Tesoro indicava una platea stimata tra 30.000 e 250.000 dipendenti pubblici con debiti fiscali superiori ai 5.000, che è un delta abbastanza ampio. Sicuro che non servisse un’indagine più approfondita?
Il tempo di preavviso al lavoratore/debitore è limitato o quasi inesistente, e la norma, quindi, con il suo automatismo potrebbe aggravare situazioni di emergenza personale, penso alle famiglie con figli o altri carichi familiari. E in ogni caso c’è il rischio che un dipendente, anche se disponibile a regolarizzare la sua posizione fiscale, venga sottoposto alla trattenuta senza aver potuto contestare la cifra o chiederne la rateizzazione. Tutte possibilità che, invece, restano nella disponibilità dei dipendenti privati.
C’è un problema, però, la cui criticità è forse ancora più delicata e riguarda il ruolo del datore di lavoro pubblico che, in forza della norma, aggiunge a tutte le altre sue funzioni (gestione delle risorse umane, valutazione della crescita professionale, garante della sicurezza e della salute dei dipendenti e via enumerando), anche quelle di verificatore fiscale e potenziale “esecutore” della trattenuta, con tanti saluti al rapporto di fiducia e alle tutele dei dati personali e della riservatezza fiscale del lavoratore.
Ecco, ora che il Parlamento sta valutando quali emendamenti proporre alla legge di bilancio 2026, perché non inserire una norma che cancelli, o almeno attenui, l’impatto di quella prevista dalla legge di bilancio scorsa, prima che sia troppo tardi e dal 1° gennaio scatti la tagliola?
