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Emergenza tasse. Il conto dell’Irpef solo ai dipendenti, ora basta

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C’è un dato che il Governo farebbe bene a scolpire sulla scrivania del Ministero dell’Economia prima di mettere mano alla prossima legge di bilancio. Lo ricorda l’Ufficio parlamentare di bilancio: oltre il 95 per cento del gettito dell’IRPEF è versato da lavoratori dipendenti e pensionati.

È un numero che racconta molto più di qualsiasi slogan sulla pressione fiscale. Racconta chi mantiene davvero in piedi il sistema tributario italiano. Racconta chi paga fino all’ultimo euro, senza possibilità di scegliere il regime fiscale più conveniente, senza scorciatoie, senza imposte sostitutive né aliquote agevolate.

Tra questi contribuenti ci sono centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori del pubblico impiego: donne e uomini che ogni giorno garantiscono il funzionamento dello Stato, della sanità, della scuola, della sicurezza, della giustizia e delle amministrazioni pubbliche. Il loro stipendio è interamente tracciato, l’imposta viene trattenuta direttamente in busta paga e il prelievo segue integralmente la progressività prevista dall’articolo 53 della Costituzione.

D’altra parte, però, il sistema fiscale ha preso negli anni una strada profondamente diversa. Sempre più categorie di lavoratori autonomi e partite IVA sono state progressivamente sottratte all’IRPEF ordinaria attraverso l’estensione delle imposte sostitutive e della flat tax del regime forfettario.

Nessuno mette in discussione l’esigenza di semplificare gli adempimenti o di sostenere determinate attività economiche. Ma una domanda diventa inevitabile: fino a che punto è accettabile che una quota crescente dei redditi sia tassata con aliquote fisse, mentre il peso dell’imposta personale sul reddito continua a gravare quasi esclusivamente sui lavoratori dipendenti e sui pensionati?

La flat tax, per sua stessa natura, non è progressiva.

Eppure, la Costituzione parla con assoluta chiarezza. L’articolo 53 stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e che il sistema tributario deve basarsi su criteri di progressività. Se il ricorso alle imposte sostitutive continua ad ampliarsi senza limiti, mentre il finanziamento dell’IRPEF resta quasi totalmente sulle spalle di lavoratori dipendenti e pensionati, è legittimo domandarsi se il sistema stia ancora rispettando pienamente lo spirito costituzionale.

Questa non è una battaglia corporativa.

È una battaglia di equità.

Perché il dipendente pubblico non può scegliere il proprio regime fiscale. Non può trasformare il reddito in un’altra categoria. Non può pianificare il prelievo. Ogni mese paga quanto gli viene richiesto, fino all’ultimo centesimo.

E, oltre alle tasse, sopporta spesso sacrifici che il legislatore continua a ignorare.

Pensiamo ai lavoratori costretti alla mobilità, ai trasferimenti, alle assegnazioni lontano dalla propria famiglia, alle spese di viaggio, ai costi degli alloggi, alle difficoltà quotidiane che derivano dalla cronica carenza di personale nelle amministrazioni. Lo Stato chiede loro disponibilità, flessibilità e senso del dovere, ma continua a considerarli un bancomat fiscale sempre disponibile.

Questo non è più accettabile.

La prossima legge di bilancio rappresenta un banco di prova decisivo. Il Governo deve iniziare a riequilibrare un sistema che oggi scarica quasi interamente il peso dell’IRPEF su chi percepisce un reddito da lavoro dipendente o da pensione. Servono misure concrete per alleggerire il carico fiscale dei lavoratori dipendenti, riconoscere gli oneri sostenuti da chi è obbligato alla mobilità e restituire maggiore coerenza tra il sistema tributario e il principio costituzionale della progressività.

Non chiediamo privilegi.

Chiediamo che venga ristabilito un principio di giustizia fiscale.

Confsal-UNSA giudicherà la prossima manovra sulla base dei fatti, non degli annunci. Se non arriveranno segnali concreti in direzione del riequilibrio del carico fiscale e del pieno rispetto dei principi costituzionali, il nostro sindacato non escluderà di percorrere ancora una volta la strada del giudizio di legittimità costituzionale.

Lo abbiamo fatto nella battaglia contro l’inaccettabile disciplina del TFS per i lavoratori pubblici. Lo abbiamo fatto contro il blocco dei contratti nelle amministrazioni pubbliche. Continueremo a farlo ogni volta che riterremo compromessi i diritti e i principi fondamentali.

Perché qui non si discute soltanto di tasse.

Si discute dell’attuazione della Costituzione della Repubblica. E quando i principi costituzionali rischiano di essere svuotati, il sindacato ha il dovere di difenderli in tutte le sedi, comprese quelle della giustizia costituzionale.

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