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Scatta l’obbligo di formazione digitale per 3 milioni di dipendenti pubblici

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Obiettivo: ricaricare le batterie della pubblica amministrazione. Come? Attraverso il progetto “Ri-formare la Pa. Persone qualificate per qualificare il Paese”, il Piano strategico per la valorizzazione e lo sviluppo del capitale umano pubblico che assorbirà circa due miliardi di euro complessivi da qui al 2026. L’iniziativa, che si snoderà lungo tutto l’arco temporale del Pnrr, coinvolgerà a partire da questo mese quasi tutti i 3,2 milioni di dipendenti pubblici in servizio. Il progetto servirà ad aggiornare e rafforzare le competenze digitali dei lavoratori della Pa, ovvero l’alfabetizzazione digitale entrerà a far parte della formazione obbligatoria. Saranno esentati solo i dipendenti già qualificati e in possesso delle competenze richieste. Su un secondo binario si muovono i corsi di laurea e post laurea a prezzi calmierati dedicati agli statali, pensati per aiutarli a conseguire la laurea o il master se non ne sono in possesso. Fortemente voluto dal ministro Renato Brunetta, che lo ha definito il più grande piano di formazione dei dipendenti pubblici, il progetto in rampa di lancio rappresenta una inversione a U. Nel 2019 infatti sono stati spesi in media appena 51 euro a statale per la formazione.

La roadmap

Il piano di ri-formazione è stato calato a terra dalla Funzione pubblica in sinergia con la ministra dell’Università e della ricerca, Maria Cristina Messa. Il primo step prevede l’aggiornamento delle competenze digitali dei dipendenti, anche in collaborazione con partner privati del calibro di Microsoft e Tim. Il Piano strategico per lo sviluppo del capitale umano della Pubblica amministrazione riguarda sia gli ambiti tradizionali, giuridici ed economici, sia lo sviluppo di competenze manageriali e organizzative fondamentali per il Pnrr. Il modello di riferimento per la formazione sulle competenze digitali è il progetto Syllabus del Dipartimento della Funzione pubblica che, organizzato in cinque aree e tre livelli di padronanza, descrive l’insieme minimo delle conoscenze e abilità che ogni dipendente pubblico deve possedere per partecipare attivamente alla transizione digitale. La formazione digitale dei dipendenti avviene attraverso la piattaforma online del Dipartimento della Funzione pubblica, che consente di verificare le competenze di partenza e quelle in uscita. Al dipendente viene rilasciato un open badge che riporta i corsi frequentati e i test superati: i dati saranno registrati in un fascicolo delle competenze, parte integrante del fascicolo del dipendente. In parallelo c’è poi il discorso universitario. La Sapienza, primo ateneo ad aderire al progetto, propone corsi di laurea per i dipendenti pubblici. I corsi di laurea offerti agli statali sono, nello specifico, Scienze aziendali, Scienze dell’amministrazione e dell’organizzazione, Sociologia, Comunicazione pubblica e d’impresa, Diritto e amministrazione pubblica. Seguiranno altre intese con ulteriori atenei.

Le risorse

«Oggi comincia un percorso importante di ricarica delle batterie della Pubblica amministrazione», ha spiegato il ministro Brunetta, «all’immissione di competenze dovuta ai flussi in ingresso si accompagnerà un investimento massiccio nella formazione dei dipendenti pubblici già in servizio, valorizzata nei nuovi contratti di lavoro, attraverso miglioramenti di carriera e di retribuzione». A disposizione un miliardo di euro, tra Pnrr e fondi strutturali (circa 200 milioni annui), da spendere entro il 2026. A cui si aggiungono 50 milioni annui previsti in legge di Bilancio e la spesa attuale per la formazione di 150 milioni annui, per un totale quindi di circa due miliardi. Il fine del piano e le risorse investite sono sicuramente lodevoli e innovativi. Il tempo ci dirà se l’obiettivo verrà veramente centrato e se, soprattutto, si saprà adottare un valido strumento di verifica per monitorare nel tempo l’efficacia della formazione e assicurarsi che l’impegno accademico dei dipendenti dia effettivamente i suoi frutti.

8 Comments

  1. Tanto per iniziare, nel progetto di progressioni orizzontali che si delinea nel Ministero a cui afferisco (Ministero Istruzione), al momento, tra i criteri per l’attribuzione di punteggio, non è prevista nessun punto per il dottorato di ricerca (di cui sono in possesso). Proclami, proclami e nei fatti solita solfa…

    • Le progressioni orizzontali (che essendo orizzontali sono progressioni solo economiche) non sono carriera ma solo avanzamento economico per cui è normale considerare solo l’anzianità.

      • Secondo quale criterio “è normale”? Non mi risulta che sia normale.. le progressioni orizzontali quali progressioni economiche non possono non tenere conto anche dei titoli.. non solo dell’anzianità di servizio. E confermo che del dottorato non c’è traccia, nessun dirigente che io conosca possiede un dottorato.. sconoscendo e l’esistenza come possono prevederlo… Prevedono invece il master.. semestrale.. comprato.. quello si. Vergognosi.

      • Per la verità si “bandisce” la progressione, selezionando i beneficiari, entro i limiti di capienza del contingente finanziato, sulla base dei titoli di carriera, è vero, ma si tiene conto anche del titolo di studio e di eventuale “abilitazione”, i quali, volendo, non sono propriamente riferibili a motivazioni di “avanzamento economico” e di “anzianità”.

  2. Ma perché non si va uffici di collocamento x prendere dei giovani iscritti da anni senza mai trovare una possibilità di impiego ed evitare di fare concorsi che tra altro bisogna spendere 10 euro x donanda

  3. Parlano, parlano ,intanto sono 30 anni di amministrazione dell’ interno ,fermo in area a senza mai un riconoscimento di avanzamento e come me tanti, e auto didatta su tutto il fronte informatico.

  4. IO reputo che se un dipendente PA abbia gia maturato piu di 35 anni di anzianità/esperienza, abbia negli ultimi 5 anni ricevuto una valutazione superiore al 90%…insomma… chi vuol intendere intenda….certi titoli di studio si sa come si sono ottenuti….

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