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Decreto trasparenza, contratti di assunzione più semplici per Pa e aziende

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Contratti di assunzione, retromarcia del governo.  Le proteste e il pressing di molte categorie produttive e professionali hanno fatto breccia su palazzo Chigi e sul ministero del Lavoro. Per effetto del decreto Trasparenza in vigore dal 13 agosto scorso, in fase di assunzione, datori di lavoro e committenti sono tenuti a comunicare ai lavoratori tutta una serie di informazioni minime relative al rapporto di lavoro. Con il risultato che la lettera d’assunzione sarà molto più corposa di prima, in quanto dovrà contenere una comunicazione dettagliatissima su diciassette punti diversi.

La polemica

La novità ha provocato molte polemiche. Le aziende avevano fatto notare che, a prescindere dal fatto che introdurre una riforma così impegnativa a metà agosto avrebbe creato una montagna di problemi, nella sostanza si inseriva nel meccanismo delle assunzioni un elemento di grave complicazione. Vale a dire l’impossibilità, da parte di chi assume un lavoratore, di rimandare i dettagli del rapporto al contratto collettivo nazionale. Ebbene, quest’ultimo aspetto è stato modificato.

La retromarcia

Con una circolare emanata in extremis la scorsa settimana, il dicastero guidato da Orlando ha chiarito che «con specifico riferimento alle modalità di comunicazione delle informazioni, fermo restando che con la consegna del contratto individuale di lavoro o di copia della comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro il lavoratore deve essere già informato sui principali contenuti della sua attività (come per esempio orario di lavoro giornaliero per numero giorni alla settimana e importo retribuzione mensile per numero delle mensilità), la relativa disciplina di dettaglio potrà essere comunicata attraverso il rinvio al contratto collettivo applicato o ad altri documenti aziendali, qualora gli stessi vengano contestualmente consegnati al lavoratore ovvero messi a disposizione secondo le modalità di prassi aziendale».

Sburocratizzazione

È del tutto evidente che il ministero del Lavoro ha voluto semplificare la vita alle aziende ed anche alla pubblica amministrazione. L’indicazione dettagliata di elementi come periodo di prova, sede di lavoro, orari di lavoro e cambiamenti di turno, retribuzione, fruizione delle ferie, fino alla prevedibilità minima della prestazione professionale in caso di lavori “atipici”, senza la possibilità di ricorrere al contratto collettivo, erano elementi destinati a ingolfare gli uffici del personale. Una complicazione non solo per le grandi aziende e per la Pa ma anche per le famiglie che intendono avvalersi dell’aiuto di colf, badanti e baby sitter). Inoltre c’era il rischio che troppi documenti (si parla di contratti fino a 10 pagine) potessero risultare poco comprensibili ai destinatari con l’effetto paradossale di incentivare il lavoro nero o bloccare le assunzioni. I consulenti del lavoro, in particolare, avevano censurato non solo le complicazioni burocratiche ma anche la tempistica dell’entrata in vigore del decreto, in piena stagione estiva proprio a ridosso di Ferragosto.

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