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Lavoro agile, stop alle percentuali fisse: non è un diritto

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Agile ma anche flessibile, modulato sulla base della produttività di un’amministrazione e non più costretto a rispettare quote prestabilite di smart worker da “smartizzare” a tutti i costi. Lo smart working pubblico formato Brunetta presenta una differenza sostanziale rispetto alla versione dell’ex inquilina di Palazzo Vidoni Fabiana Dadone, che lo voleva imbullonato a percentuali rigide e in molti casi, si pensi ai Comuni più piccoli o ai ministeri più imponenti come quello della Giustizia, inapplicabili, se non a costo di un impoverimento dei servizi resi ai cittadini e ulteriori sacrifici per i dipendenti dello Stato.

Per intenderci, con i Pola, i piani organizzativi per il lavoro agile nella Pa, l’obiettivo inizialmente era di portare lo smart working almeno al 60 per cento dei cosiddetti smartabili, i lavoratori che non svolgono mansioni da rendere in presenza. Adesso quell’obiettivo minimo da raggiungere è stato cancellato, con l’ultimo decreto Proroghe, e resta solo una soglia minima di lavoro agile da garantire, il 15 per cento, quando lo smart working semplificato giungerà a termine, ossia dal 2022. Ed è saltata (ci ha pensato sempre il decreto Proroghe) anche la regola che in emergenza imponeva di lasciare a casa uno statale smartabile su due.

Il che non significa obbligatoriamente che il lavoro agile nella Pa tornerà a fare la comparsa come nel pre-Covid: rimarrà infatti elevato in quelle amministrazioni che in presenza di una quota importante di dipendenti impiegati da remoto sapranno garantire un livello di efficienza adeguato. Al contrario, laddove si dovesse riscontrare un calo delle performance per effetto del lavoro agile diffuso, la quota di smart worker verrà rivista verso il basso. A giudicare la qualità dei servizi resi dalle amministrazioni saranno a quanto trapelato finora sia gli utenti interni, dirigenti e funzionari, che quelli esterni, cittadini e imprese.

Restano da definire i parametri che verranno utilizzati per le future pagelle, ma con ogni probabilità si terrà conto dei tempi di accesso agli atti, di risposta alle mail, della qualità e della comprensibilità delle informazioni comunicate agli utenti. Questo per quanto riguarda il giudizio degli utenti esterni, imprenditori e semplici cittadini. Gli interni potrebbero essere chiamati a valutare l’efficacia dei piani organizzativi messi in atto dall’amministrazione di appartenenza e il loro impatto sulle condizioni di lavoro.

La disciplina dello smart working troverà spazio anche nel nuovo contratto per il pubblico impiego. Diritto alla disconnessione, gestione del lavoro osservando regole di salute e sicurezza, formazione ad hoc per dipendenti e loro responsabili, fornitura degli strumenti idonei, rispetto di regole condivise in tema di orari e flessibilità, sono le principali questioni da affrontare.

Durante l’emergenza è emerso in tutta la sua evidenza il digital divide che separa alcune amministrazioni pubbliche da altre. All’Agenzia delle Entrate, per esempio, dove la digitalizzazione era già di casa prima del Covid, lo smart working ha raggiunto senza sforzo picchi del 90 per cento. In altre, più indietro, è stata una sconfitta. Poi ci sono ministeri, come quello dei Trasporti e della Giustizia, che per come sono strutturati e per il tipo di compiti che assolvono, mal si prestano al lavoro agile diffuso e richiedono percentuali su misura proprio per rimanere produttivi. Anche per questo lo smart working è diventato elastico.

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