Martedì 20 gennaio si è svolta a Roma la terza riunione per il rinnovo del CCNL 2025-2027 delle Funzioni Centrali dello Stato. Prosegue, quindi, il percorso di questo confronto, decisivo non solo sul piano salariale ma anche per la qualità complessiva delle relazioni sindacali nella pubblica amministrazione. Come ho ricordato ampiamente nei mesi scorsi, il Governo ha già stanziato le risorse economiche necessarie ai rinnovi dei prossimi due contratti. Una novità significativa rispetto al passato, che offre al tavolo negoziale una base finanziaria più solida e riduce l’incertezza che spesso ha rallentato o complicato le trattative. La disponibilità anticipata dei fondi consente infatti di concentrare il confronto non solo sull’entità degli aumenti, ma anche sulla struttura del contratto, sulle tutele e sull’organizzazione del lavoro.
Proprio su questi aspetti si è entrati nel vivo, visto che L’Aran ha presentato una prima bozza di lavoro relativa agli articoli iniziali del futuro contratto, che riguardano questioni importanti nell’ambito delle relazioni sindacali e aspetti delicati relativi all’implementazione dell’Intelligenza Artificiale nel lavoro pubblico. Tutti aspetti importanti, ma che richiedono un approfondimento più ampio e, al tempo stesso, mirato. Come Confsal-UNSA, infatti, abbiamo già presentato alcune proposte durante l’incontro del 20 gennaio per orientare il negoziato.
Tra i temi sollevato c’è la richiesta di un ampliamento del perimetro delle relazioni sindacali, con un ruolo più incisivo dei sindacati nei processi decisionali delle amministrazioni, e l’introduzione di livelli di relazioni sindacali su base regionale in particolari contesti amministrativi. Abbiamo inoltre messo sul tavolo altre questioni legate alla tutela delle persone con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), evidenziando la necessità di una disciplina contrattuale più attenta alle esigenze individuali. E abbiamo anche affrontato il tema della flessibilità nell’uso delle ferie, con proposte per consentire la fruizione “ad ore” di giorni di ferie, e avanzato una richiesta di maggior trasparenza nei percorsi di formazione, tema che riteniamo essenziale per lo sviluppo professionale nei ruoli pubblici.
Un ultimo tema, ma non l’ultimo per importanza, riguarda l’aumento del valore del buono pasto. Una richiesta che abbiamo avanzato, pur consapevoli dei limiti normativi attuali, visto che, secondo i più, servirebbe un intervento legislativo ad hoc per alzare i limiti e stanziare le cifre necessarie nel bilancio dello Stato. Eppure, il tema va affrontato, consapevoli tutti che non si tratta di una questione secondaria né tantomeno di una richiesta strumentale, tanto per raccogliere facili consensi tra i lavoratori. No, l’importanza del tema l’ha sottolineata recentemente l’Antitrust, quando, nell’aprire un’indagine conoscitiva sull’aumento dei prezzi dei generi alimentari in Italia e sul ruolo della grande distribuzione organizzata nella formazione dei listini al dettaglio, ha citato una rilevazione dell’Istat che dimostra come, tra ottobre 2021 e ottobre 2025, i prezzi dei beni alimentari sono aumentati del 24,9%, registrando un incremento di quasi otto punti percentuali superiore a quello dell’indice generale dei prezzi al consumo.
Si tratta di numeri inclementi ed è facile capire che una tendenza inflattiva del genere ha avuto e ha ancora un grave impatto, soprattutto su lavoratori e famiglie con salari più bassi. Questo significa, infatti, che la perdita di potere d’acquisto si sente soprattutto su ciò che non puoi rinviare: cibo, beni di prima necessità, pasti fuori casa durante l’orario di lavoro.
In questo contesto, aumentare i buoni pasto non vuol dire solo intervenire su un “benefit”: è un modo relativamente rapido per proteggere il reddito reale proprio sulla voce di spesa più colpita.
Del resto, il governo la questione l’ha ben presente, visto che con la Legge di Bilancio 2026 ha deciso di elevare da 8 a 10 euro al giorno la soglia di esenzione per i buoni pasto elettronici (cioè la quota che non fa reddito né viene tassata, mentre l’esenzione per i buoni cartacei resta a 4 euro). Un sostegno mirato, dato che il buono pasto è “vincolato” alla spesa alimentare o alla ristorazione, e quindi, in una fase in cui il food ha superato l’inflazione media, questa è una misura che colpisce esattamente il punto dolente (il “carrello”). Inoltre, alzare la soglia defiscalizzata consente ai datori di lavoro di aumentare il valore erogato, con un rendimento più alto per il lavoratore, rispetto a un aumento retributivo tradizionale, perché una quota maggiore resta netta.
Se tutto questo è vero e, come si è visto, il governo ne è consapevole, non si può accettare che il tema valga per tutti, ma non per i dipendenti pubblici. Si faccia ricorso, quindi, anche a questa soluzione, portando il valore dei buoni pasto erogati ai lavoratori del pubblico impiego, almeno fino alla quota defiscalizzata. Per noi il punto politico-sindacale è chiaro: se l’inflazione “vera” che morde le famiglie è quella della spesa alimentare, allora il buono pasto diventa una leva concreta di tutela del potere d’acquisto. E se il contratto da solo non basta, perché serve una cornice normativa, si affronti il tema anche a livello parlamentare e governativo.
Quanto poi all’utilizzo dell’Intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione, conveniamo tutti che si tratta di un tema strategico, con implicazioni enormi sull’organizzazione e sui modelli di lavoro, e quindi richiede un confronto più approfondito sugli strumenti tecnologici che verranno disciplinati, che non possiamo rinchiudere nello spazio limitato della discussione sul rinnovo contrattuale. Sul tema bisogna aprire quanto prima un tavolo specifico.
