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Spunta l’ipotesi di un fondo “Quotexit” per il post Quota 100

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Al tempo del governo giallo-verde il sostegno al Reddito di Cittadinanza e a Quota 100 sono state le misure su cui si è retta l’alleanza del Conte uno. La Lega però oggi scalpita di fronte a quello che viene giudicato un sussidio dannoso per il mercato del lavoro. E il leader verde, Matteo Salvini, ha annunciato che metterà la sua firma sul ddl per la sua abolizione: vuole utilizzare le risorse per prolungare Quota 100 oltre il termine, attualmente fissato per fine anno. Solo parole? La verità è che anche a Palazzo Chigi fa paura il cosiddetto effetto scalone (un modo più o meno scientifico per indicare il fatto che si andrà in pensione 5 anni dopo in caso di ritorno alla Fornero e stop) e così ecco che spunta sul tavolo delle ipotesi per una “Quotexit” soft l’idea di istuite un fondo ad hoc, temporaneo però (in vigore dal 2022 al 2024), per l’erogazione di prestazioni simil-Quota 100. Un traghetto: il fondo serve a trasprortare i lavoratori nel porto Inps.

No alla Fornero

Com’è noto Quota 100 è il cavallo di battaglia della Lega, scade a fine anno e nella maggioranza c’è chi lo considera già sepolto. Da gennaio non ci sarà quindi più la possibilità di uscita anticipata con almeno 62 anni d’età e 38 di contributi. Ma Salvini ha già detto chiaramente che non permetterà un ritorno alla legge Fornero. Il governo, chiamato a trovare una soluzione, punta a evitare interventi troppo costosi come nuove Quote o forme di uscita anticipata per tutti, e valuta piuttosto di ricorrere agli strumenti esistenti, a cominciare dall’Ape sociale, l’anticipo pensionistico previsto per i soggetti in determinate condizioni che abbiano compiuto almeno 63 anni di età. L’Ape sociale, trapela da fonti del governo, verrà potenziata e diffusa, ossia allargata a lavoatori oggi esclusi.

Il compromesso

Poi tra le ipotesi accarezzate da una parte della maggioranza ci sarebbe l’introduzione di una sorta di Quota 102, con 64 anni di età e 38 anni di contributi di cui non più di 2 anni figurativi (esclusi dal computo maternità, servizio militare, riscatti volontari). I sindacati da mesi stanno chiedendo al governo di riflettere sulla situazione proponendo un sistema flessibile: stendere le regole applicate a chi ha un sistema interamente contributivo a chi ha un regime misto, ovvero con il retributivo fino al 1995 e poi con il contributivo. Obiettivo: consentire di lasciare il lavoro a 64 anni in caso di pensione maturata almeno 2,8 volte superiore all’assegno sociale, circa 1.288 euro al mese. Il passo successivo sarebbe poi abbassare questa soglia a 62 anni, riducendo inoltre il limite di accesso a 1,5 volte la pensione sociale. Una via percorribile per i sindacati (che puntano anche a rendere permanente il pensionamento anticipato previsto da Opzione donna) sarebbe comunque quella della flessibilità in uscita a partire dai 62 anni di età o con 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica.

L’effetto scalone

Qualcosa, in ogni caso, Palazzo Chigi dovrà farla. Con il ritorno alla Fornero (in pensione a 67 anni) e la fine di Quota 100 si rischia l’effetto scalone di cui sopra. Da un anno all’altro, ci vorranno 5 anni in più per maturare i requisiti necessari per andare a riposo. A voler veere il bicchiere mezzo pieno: dal punto di vista numerico non c’è stata alcuna corsa a Quota 100. I trattamenti erogati, al 2019, sono stati 290 mila: ovvero 156mila nei settori privati (dipendenti, autonomi, parasubordinati) e 41mila nel settore pubblico (ci si aspettava il doppio).

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