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Avvocati a caccia del posto fisso nella Pa, è fuga dalla toga

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Un numero esorbitante di concorrenti in campo, stipendi sempre più bassi, una vita precaria per antonomasia: queste le motivazioni alla base di quella che sembra essere una vera e propria fuga di avvocati dalla professione forense verso il pubblico impiego. Il posto fisso in Italia, si sa, fa gola. Ci sono professioni, però, che fino a oggi erano state meno toccate dal richiamo del posto statale, e tra queste quella degli avvocati.

La grande fuga

Negli anni è cresciuta la concorrenza (si è passati da 87mila avvocati presenti in Italia nel 1996 ai 245mila attuali) e si sono ridotte le parcelle. Così quello che un tempo era (e in alcuni casi ancora è) un lavoro remunerativo, è entrato in crisi. Risultato? Adesso che si apre una nuova era di concorsi pubblici, legati all’attuazione del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) ma non solo, accelera la corsa al posto fisso da parte degli avvocati. Ne sembra una prova il fatto che già nell’ultimo anno le cancellazioni dall’Albo nazionale sono state 5.800, il doppio rispetto a sette anni prima.

La storia

Uno dei simboli di questa “fuga” è l’avvocato siciliano Salvatore Ciaccio, in carica da 15 anni, che ha deciso di lasciare la professione per un posto fisso: ha vinto un concorso da cancelliere e ha descritto la sua storia in un’intervista per un giornale online locale. Raccontando di una professione bella ma stressante, caratterizzata da una «concorrenza spietata», dove i professionisti vengono scelti «in base a una sorta di gara al ribasso», in cui vince l’avvocato che costa meno. Una professione anche danneggiata, secondo Ciaccio, da alcuni interventi normativi, come quello che ha ridotto le ferie agli avvocati dai precedenti 45 giorni l’anno a 30 giorni.

La crisi degli avvocati

Storie simili a quella dell’avvocato Ciaccio ce ne sono molte in tutto lo stivale. Basti pensare che in media in Italia abbiamo 4,1 avvocati per mille abitanti e in regioni come la Calabria la proporzione sale a 7 ogni mille abitanti. Tantissimi, e, ovviamente, in competizione tra loro. Il che fa diminuire il prezzo delle prestazioni e di conseguenza il reddito medio: nel 2019 gli avvocati in Italia hanno dichiarato in media un guadagno di 40.180 euro annui, ovvero il 15% in meno rispetto a dieci anni prima. E si tratta di un reddito alto, se pensiamo che quello medio degli avvocati al sud si aggira intorno ai 30mila euro annui, che si riduce addirittura a 13mila euro annui di media per gli under 30. Senza pensare a moltissimi praticanti che non percepiscono emolumenti. Non stupisce, quindi, che gli avvocati siano stati, durante l’emergenza Covid, tra i professionisti che hanno fatto più ricorso al reddito d’emergenza.

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