Potenza dei social network: è bastata la segnalazione su Linkedin di un dossier del servizio Bilancio del Senato contenente alcuni rilievi sul disegno di legge sull’Autonomia Differenziata che si è sfiorata una crisi fra alleati nel centrodestra, con i leghisti a ipotizzare neanche tanto velatamente una manovra di Fratelli d’Italia per frenare il ddl a vantaggio della riforma presidenzialista che tanto sta a cuore a Giorgia Meloni e gli alleati a smentire ogni retropensiero, mentre le opposizioni hanno colto al volo l’occasione per sparare ad alzo zero su entrambe le riforme.
A destare scandalo fra i leghisti è stato soprattutto il tenore del post pubblicato sul profilo ufficiale Linkedin di Palazzo Madama, che con sintesi molto giornalistica titolava: “Il costo dell’#autonomia differenziata”, chiedendosi subito dopo se con la futura legge sarà possibile realizzare l’obiettivo “senza aggravio per le casse dello Stato e continuando ad assicurare i Livelli Essenziali delle Prestazioni (#LEP), che costituiscono il nucleo invalicabile di quei #diritti civili e sociali, previsti dalla Costituzione, che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. Premessa che è servita a segnalare alcune criticità emerse dall’esame che il servizio bilancio ha compiuto sui vari articoli in discussione e che riguardano soprattutto gli effetti che un trasferimento di funzioni e personale dallo stato centrale alle regioni potrebbero avere sui rispettivi bilanci e sull’efficacia delle prestazioni per i cittadini.
Il pericolo evidenziato dai tecnici del Senato, secondo la sintesi pubblicata su Linkedin, è che con le nuove norme “le regioni più povere, oppure quelle con bassi livelli di tributi erariali maturati nel proprio territorio, potrebbero avere maggiori difficoltà a finanziare, e dunque ad acquisire, le funzioni aggiuntive. E il trasferimento delle nuove funzioni amministrative a comuni, province e città metropolitane da parte delle regioni differenziate potrebbe far venir meno il conseguimento di economie di scala, dovuto alla presenza dei costi fissi indivisibili legati all’erogazione dei servizi la cui incidenza aumenta al diminuire della popolazione”. Tanto è bastato al Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, autore del testo in discussione, per accusare i tecnici di sconfinamento, ossia di aver voluto fare politica. In un’intervista al Corriere della Sera, Calderoli, infatti, se l’è presa con i tanti “funzionari pubblici con interessi da difendere”, “reliquie del passato” ancora in circolazione, che si oppongono al cambiamento perché “i governi e le legislature passano, i funzionari restano”.
Accusa, in realtà, non nuova e nemmeno tanto originale, visto che non c’è maggioranza che finora abbia accolto con piacere i rilievi e i suggerimenti degli uffici tecnici, che per definizione hanno proprio il compito di fare le pulci ai provvedimenti in discussione per rilevare ogni criticità possa emergere. Basta chiedere ai ministri dell’Economia che si sono via via succeduti negli ultimi decenni, da Giulio Tremonti a Vincenzo Visco, da Domenico Siniscalco a Giovanni Tria, solo per fare qualche nome. Non c’è legge finanziaria o Def o riforma fiscale che sia uscita indenne dalla valutazione dei tecnici, per non parlare degli impietosi screening che periodicamente pubblica l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (organismo indipendente che ha il compito di validare le previsioni macroeconomiche del governo, l’impatto sui conti pubblici dei provvedimenti e la loro sostenibilità).
Negando che il post su Linkedin sia dovuto a una qualche “manina” e pur derubricando ad “errore” la sua pubblicazione, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha provato a stemperare i toni ricordando che “i dossier sono spesso così”, perché “mettono sempre in evidenza anche le criticità. Non sono mai elogiativi. Non servono a dire: Oh quanto è bella questa legge”. E questo è esattamente il punto: Gli uffici tecnici non sono centri di propaganda o marketing e i loro funzionari non sono dei laudatores ma giuristi ed economisti con il compito di segnalare ai legislatori rischi e incongruenze delle leggi in lavorazione. Sarebbe grave se non lo facessero, poi, certo i parlamentari sono liberi di non dare loro ascolto ed è proprio quanto si propone di fare Calderoli, che ha concluso la già citata intervista avvertendo gli stessi tecnici “Chi ha dubbi o rilievi da avanzare lasci perdere le manine e i tentativi di creare confusione. Alla fine, il Parlamento è sovrano. Quella è la sede dove si voterà la riforma. E la voteranno deputati e senatori eletti dai cittadini, non funzionari di questo o quell’organismo”. Del resto, succede così da sempre ed infatti, nonostante rilievi e moniti degli uffici preposti, il debito pubblico che nel 1981 era al 60% oggi è al 144%. È la politica bellezza e non puoi farci niente.
