Per la prima volta, dopo un decennio di decrescita, determinata dal blocco del turnover, il personale della Pubblica amministrazione torna ad aumentare, anche se di poco, pochissimo, appena 50mila unità in più. Un passo in avanti, sì, ma appena percettibile e, di sicuro, insufficiente a coprire le carenze di organico. Nei ministeri mancano circa 40 mila dipendenti. Nei Comuni sessantamila. Solo la scuola si muove in controtendenza, con quasi 1,2 milioni di dipendenti all’attivo. I dati, riferiti al 2022, sono quelli dell’ultimo conto annuale del Pubblico impiego appena pubblicato dalla Ragioneria generale dello Stato.
Promesse e obiettivi (troppo) ambiziosi
L’ex ministro della Pa, Renato Brunetta, ai tempi del governo Draghi, aveva detto di voler riportare i dipendenti pubblici a quota 4 milioni, entro il 2028. Il suo successore, Paolo Zangrillo, sta conducendo una imponente campagna di reclutamento, di cui PaMagazine ha già evidenziato alcuni limiti in un articolo precedente, che prevede anche per quest’anno l’ingresso nella Pa di almeno 170 mila nuovi dipendenti, tra assistenti, operatori, funzionari e dirigenti. Un piccolo battaglione che si somma a quello reclutato nel 2023, ma insieme non fanno un esercito. Ovvero, non bastano 340mila assunzioni in due anni per far aumentare, sensibilmente, il numero degli statali in servizio. Bastano, a stento, a rimpiazzare chi sta andando in pensione.
Meno dipendenti significa più carichi di lavoro per i dipendenti in servizio. Ma significa anche una Pa meno attrattiva, dove già le retribuzioni non sempre sono competitive con il privato. Perché un giovane di talento dovrebbe scegliere di andare a lavorare in un ministero anziché in una grande azienda se poi lo stipendio è basso, il carico di lavoro eccessivo e il “work life balance” un percorso a ostacoli?
Le previsioni del Conto annuale del Tesoro dicono, a ogni modo, che le unità di personale degli Enti pubblici non economici, come l’Inps e l’Inail, aumenteranno di quasi il 10 per cento, quelli dell’Agenzia delle Entrate del 5 per cento. I Comuni perderanno un altro 1 per cento dei dipendenti.
Retribuzioni e dislivelli
Il Conto annuale della Ragioneria fa poi il punto sulle retribuzioni. I funzionari dell’Agenzia delle Entrate guadagnano in media 42 mila euro lordi l’anno (l’asticella si fermava a 35 mila euro nel 2013), i dirigenti di seconda fascia 110 mila euro e quelli di prima fascia 232 mila euro. Nei ministeri la retribuzione media dei dipendenti è di 34 mila euro, dieci anni fa era di 28 mila euro. Lo stipendio medio del personale non dirigente dei Comuni e delle Regioni è di 30 mila euro, quello di un dirigente di seconda fascia di 88 mila euro e quello di una prima fascia di 107 mila euro. Queste differenze di stipendio hanno un impatto. Stiamo assistendo infatti a una migrazione dei dipendenti pubblici che lavorano per le Pa che pagano meno verso quelle dove le buste paga sono più generose. Agenzia delle Entrate e Inps hanno attirato molti comunali che, al primo concorso utile, hanno colto al balzo l’opportunità di spostarsi altrove.
