L’Italia a culle vuote, oltre a mettere a rischio la tenuta sociale e previdenziale, comincia a produrre i suoi effetti anche sul principale strumento di sostegno per i figli: l’assegno unico distribuito mensilmente alle famiglie, senza distinzione di reddito, con ragazzi da 0 a 21 anni. L’ultimo report dell’Inps parla chiaro: nel primo semestre 100mila figli in meno ricevono il bonus rispetto ai primi sei mesi dello scorso anni. Nel 2025 ne avevano beneficiato 9,7 milioni di figli, mentre quest’anno si è passati a 9,6 milioni. Tradotto, il saldo tra i ventunenni che escono dall’assegno e i neonati che vi entrano è negativo di 100mila unità. Bene per i conti pubblici? Niente affatto: con la spinta dell’inflazione aumenta anche il contributo che ogni figlio incassa mensilmente ed il costo a carico dello Stato cresce.
IL CALO
Insieme ai figli calano ovviamente i nuclei familiari che hanno diritto al bonus. Se nel 2025 erano 6.143.240, quest’anno sono diventati 6.095.716. E i 100mila figli in meno che hanno diritto all’assegno, come detto, non producono neppure uno sgravio per le casse dello Stato. Perché, stando sempre a quanto riporta l’Inps, nei primi sei mesi di quest’anno il costo dell’assegno è aumentato di 100 milioni rispetto allo stesso periodo del 2025. Lo scorso anno erano stati erogati 9,8 miliardi di euro a fronte dei 9,9 miliardi di quest’anno. Come è possibile che i figli calano e il costo dell’assegno aumenta? La colpa, come ricordato, è dell’inflazione. La prestazione, infatti, viene ogni anno aggiornata al costo della vita. E in tempi di aumento vertiginoso dei prezzi anche il bonus subisce un incremento. Per dare un’idea, l’importo medio per figlio a giugno 2025, comprensivo delle maggiorazioni applicabili si attestava su 170 euro, e andava da circa 57 per chi non presenta Isee o supera la soglia massima a 224 per la classe di Isee minima. A giugno 2026 invece l’importo medio per figlio, comprensivo delle maggiorazioni applicabili si attesta su 175 euro e va da circa 58 per chi non presenta Isee o supera la soglia massima a 227 per la classe di Isee minima. Occorre ricordare che le maggiorazioni sono riconosciute in relazione a specifiche caratteristiche del nucleo familiare, quali la presenza di figli con disabilità, la numerosità della famiglia, la giovane età della madre e, con riferimento ai figli minorenni, la presenza di entrambi i genitori titolari di reddito da lavoro. In base alla norma istitutiva della prestazione, gli importi dell’assegno (e le relative soglie Isee) all’inizio di ogni anno devono essere adeguati alla variazione dell’indice del costo della vita: la misura di tale adeguamento è stata pari allo 0,8% nel 2025 e all’1,4% nel 2026, conseguentemente gli importi medi mensili per richiedente sono passati da 274 euto del 2025 a 278 nel primo semestre 2026, mentre l’importo medio mensile per ciascun figlio si è attestato su 173 nel 2025 e su 176 nel primo semestre 2026.
NUOVE REGOLE
Vale la pena ricordare che da aprile di quest’anno l’assegno unico spetta anche ai lavoratori di Stati membri Ue non residenti in Italia, purché titolari di un rapporto di lavoro con iscrizione a una gestione previdenziale italiana, e ai figli fiscalmente a carico residenti in un altro Stato membro dell’Unione europea. L’Italia si è dovuta infatti uniformare alle regole Ue dopo essere stata sottoposta anche a una procedura di infrazione. L’impostazione precedente prevedeva invece che il figlio non convivente con il lavoratore richiedente restava escluso dal nucleo ai fini Isee e quindi era irrilevante ai fini della prestazione dell’assegno unico. Questa novità potrebbe nei mesi prossimi portare ad un’estensione della platea e a un aumento dei figli coperti dall’assegno. Sempre che un ulteriore aumento della denatalità continui a fare da freno al numero dei figli da beneficiare.
