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Accusato ingiustamente e poi prosciolto, dipendente della Farnesina abbandonato al suo destino

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Un ex dipendente del Consolato italiano a Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stato vittima di un drammatico caso di errore giudiziario e abbandono istituzionale. Accusato ingiustamente di traffico di visti, è stato incarcerato, torturato e poi prosciolto, ma solo dopo aver subito gravi danni fisici e morali. Il protagonista della vicenda è un cittadino italo-curdo, Dilzar Kailany, cresciuto in Liguria, iscritto alla Federazione Confsal-UNSA, tra il 2016 e il 2018 interprete delle Task Force italiane a Mosul, in Iraq, e successivamente impiegato al Consolato di Erbil.

La storia

Nel 2021 inizia il dramma per Kailany. In seguito a un’indagine per presunte irregolarità nella gestione del visto di una donna curdo-irachena, il giovane viene arrestato dagli agenti dell’Asayesh, i servizi di sicurezza curdi. Il funzionario viene incarcerato per 90 giorni, durante i quali subisce trattamenti pesantissimi, documentati da fotografie disturbanti che mostrano lividi e segni di percosse su tutto il corpo. I medici certificano “lesioni multiple” e “trombosi venosa da tortura”, e a oggi Kailany assume diversi farmaci quotidianamente a cause delle torture subite. Durante i mesi di detenzione Kailany non confessa, e alla sua famiglia non arriva alcuna notizia sul suo stato di vita o di morte. Nonostante le torture, e benché non ci siano prove che supportino la colpevolezza di Kailany, il funzionario viene scaricato dalle istituzioni italiane. Kailany viene licenziato nei giorni di isolamento e, nonostante lo stato di detenzione in cui si trova, viene invitato a firmare degli atti giudiziari in presenza, impegno che per ovvie ragioni non può assolvere.

La domanda di cittadinanza respinta

In seguito il Tribunale di Roma ha stabilito che non vi erano elementi a carico di Kailany. I giudici chiedono di conseguenza il suo reintegro lavorativo. Dopo la conferma della Corte d’Appello, la Farnesina lo reintegra, però sempre nella sede di Erbil. I curdi nel frattempo tentano di riaprire il caso con un mandato di cattura internazionale a carico del tesserato Confsal-UNSA. Kailany prova a consegnarsi alle forze dell’ordine italiane, ma viene rimandato a casa poiché su di lui non c’è alcun provvedimento pendente. Tuttavia, a maggio di quest’anno, la sua domanda di cittadinanza viene respinta. La legale di Kailany, Francesca Colombaroni, scuote la testa e spiega che quanto cercato dal suo assistito è la dignità: «Basterebbe una lettera di garanzia, ma questo significherebbe ammettere l’innocenza del mio cliente e, soprattutto, denunciare che i veri colpevoli non sono mai stati realmente puniti».

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