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Massimo Battaglia: «Bene le riforme, no al precariato»

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Riuscire ad affrontare un ragionamento critico sulla riforma della Pubblica amministrazione legata al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non è cosa facile. C’è l’alta credibilità di chi quelle riforme le sta facendo, il governo guidato dall’ex presidente della Bce Mario Draghi. C’è la voglia delle persone, dopo la terribile prova della pandemia, di un ritorno alla vita e di un nuovo benessere legato alla possibilità di poter spendere oltre 200 miliardi di euro europei. E c’è, quando si parla di Pubblica amministrazione, l’aspettativa di un enorme piano di assunzioni legate proprio al Recovery. Le attese e le speranze, insomma, sono elevatissime. «Ma proprio per non farle andare deluse credo che su tutta la riforma della Pubblica amministrazione e su quello che a questa è connesso, vada fatto un discorso franco», dice Massimo Battaglia, segretario generale della Confsal-Unsa, il sindacato dei lavoratori pubblici (che edita questo sito). 

Decine di migliaia di giovani entreranno nella Pubblica amministrazione, cos’è che non la convince?

Non c’è dubbio che attraverso i concorsi legati al Piano di Ripresa e Resilienza entreranno migliaia di giovani nelle amministrazioni, ma il mio timore è che questo massiccio ingresso di personale precario stravolga il concetto che fino ad oggi si è avuto del lavoro pubblico.

In che senso lo stravolge?

Siamo stati sempre abituati a pensare al pubblico impiego come lavoro a tempo indeterminato. Anzi, il lavoro pubblico è stato da sempre l’emblema del posto fisso. Il mio timore è che per eliminare lo storico dualismo tra lavoro pubblico e lavoro privato si portino nel pubblico le peggiori pratiche del privato. 

Il decreto sul reclutamento introduce contratti fino a 5 anni. Teme che questo porti a una precarizzazione?

Non posso nascondere che la preoccupazione c’è.

Le norme, tuttavia, prevedono la possibilità per il 40% degli assunti del Recovery, se hanno operato bene, di poter avere delle corsie preferenziali di accesso attraverso i concorsi. Non è sufficiente?

Il discorso è un po’ più complicato di così. L’equazione ingressi a tempo massicci e poi stabilizzazione parziale è eccessivamente semplicistica. Ciò che bisogna davvero domandarsi è che impatto avranno questi ingressi sulla macchina organizzativa attuale della Pubblica amministrazione. Queste persone arriveranno in uffici dove troveranno l’attuale personale che svolge mansioni e compiti. Come si inseriranno nel corpo vivo della macchina amministrativa?

Come si inseriranno? 

Non è chiaro. Ma una cosa a me pare evidente. Non si può realizzare una riforma della Pubblica amministrazione senza che questa trasformazione, soprattutto quando questa è così profonda, sia fatta comprendere alla gente che già ci lavora. Si rischia, come in un trapianto di organi, il rigetto. Sarebbe stato necessario, dal mio punto di vista, partire dall’organizzazione del lavoro e dall’ordinamento professionale coinvolgendo pienamente i sindacati.

Mi scusi, ma c’è un tavolo aperto sull’ordinamento professionale e sul contratto. E poi avete firmato un Patto con il governo. Non mi sembra che non siate stati coinvolti?

Questo è vero. Ma poi è arrivato il decreto sul reclutamento.

E allora?

Il decreto è entrato, per usare un termine calcistico, in tackle scivolato sulle trattative. Ha già indicato, per esempio, che dovrà esserci una nuova area sulle alte professionalità. Ma di questa area ne stavamo parlando al tavolo del contratto. Guarda caso in una prima direttiva l’Aran parlava di un’area per i Quadri, simile a quella del privato. Area sulla cui creazione io sono completamente favorevole. Poi si è passati alle alte professionalità, inserite anche nella legge sul reclutamento. Dove tra l’altro, quando si parla di accesso, le alte professionalità vengono aperte solo a chi ha un dottorato di ricerca o un’esperienza alla Commissione europea. Ma se, tanto per fare un esempio, si prendono alcune amministrazioni pure di eccellenza, come l’Inps e l’Agenzia delle entrate, lì ci sono profili di altissima specializzazione già inquadrati nelle Poer e che magari hanno solo la laurea. Per questo dico che le riforme vanno calate nel corpo vivo dell’amministrazione. Per non parlare dell’Ufficio del processo.

Cos’hanno che non va i 16.500 assunti che entreranno nei “team dei giudici” per smaltire l’arretrato?

Se lo scopo, come è scritto nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è smaltire i 5 milioni di cause arretrate, temo che ci sia seriamente il rischio che questo progetto fallisca. 

Però stiamo parlando di un piano massiccio si assunzioni. E il problema lamentato dai tribunali è stato sempre la carenza degli organici?

Vede, il problema non sta solo in quante persone si assumono. Sta soprattutto nel capire, ancora una volta, per fare cosa e come si inseriscono nei procedimenti e nel lavoro quotidiano dei tribunali. I 16.500 faranno attività di studio, aiuteranno i magistrati nel preparare le bozze dei provvedimenti, verificheranno la completezza dei fascicoli. Ma poi faccio io una domanda.

Prego?

In udienza chi ci va? Un processo, sia civile che penale, si svolge attraverso le udienze. Nelle udienze ci devono essere il magistrato, il cancelliere e gli avvocati delle parti. Se in un tribunale vanno recuperati 5 mila processi, vanno fatte le udienze. E i 16.500 neo assunti dell’Ufficio del processo in udienza non potranno andarci. Intanto oggi il personale di cancelleria è ancora otto organico mediamente del 25-30 per cento. Per questo dico che sarebbe stato il caso di affrontare dapprima il tema dell’organizzazione del lavoro e confrontarsi con chi conosce la macchina delle amministrazioni. Nel privato, che tanto va di moda citare, quando ci sono dei processi di ristrutturazione si fa così, si parte da turni, mansioni, formazione del personale che già c’è. Del resto se sui pilastri di un edificio di tre piani ne vuoi caricare altri tre, se non rinforzi prima le fondamenta rischi che ti crolli tutto addosso. 

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